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Teologia spirituale ed esperienza adottiva. Il compito dei genitori adottivi di generare vita nel figlio (7)

L’opera di Dio è vita e genera vita, spiana la strada ad altre vite, dona speranza e suscita atti di carità. Questa è la certezza fondamentale che la fede professa dinanzi al mistero dell’abbandono e alla fecondità dell’adozione e dell’affido

Con la tappa pubblicata qui di seguito, si arriva quasi alla metà della riflessione di Antonella Fraccaro La qualità spirituale dell’esperienza adottiva. La nuova suddivisione dell’articolo, che nella sua interessa può essere letto nel fascicolo n. 2 di “Lemà sabactàni?”, infatti, prevede 15 tappe, delle quali quella che segue è la numero 7. Al centro della riflessione, come già sottolineato nelle precedenti puntate, c’è la qualificazione cristiana dell’accoglienza adottiva, che richiede un costante confronto con le condizioni principali di un’esperienza vissuta secondo lo stile di Gesù Cristo.
Le famiglie adottive che vivono cristianamente l’accoglienza di un bambino abbandonato hanno la possibilità di generare nuova vita e figliolanza divina, perché ogni persona, per vivere da figlio, è chiamata prima di tutto a rinascere spiritualmente.
L’approfondimento di Antonella Fraccaro verrà pubblicato in quindici tappe. Quella che segue è la tappa numero Sette.
QUI si può leggere l’introduzione
QUI si può leggere la tappa n.1
QUI si può leggere la tappa n.2
QUI si può leggere la tappa n.3
QUI si può leggere la tappa n.4
QUI si può leggere la tappa n.5
QUI si può leggere la tappa n.6

Ogni figlio manifesta l’opera nascosta di Dio

Anche il figlio abbandonato, ferito dal rifiuto degli affetti più cari, può vivere un’esistenza piena di senso grazie alle sue condizioni di figlio di Dio. Infatti, il figlio donato alla vita da una generazione che lo precede, anche se non accolto dai genitori biologici, esprime con la sua esistenza lo scorrere della vita, il suo susseguirsi, il suo avvicendarsi, la sua fecondità; con la sola esistenza, anche se privato degli affetti più cari, egli manifesta l’opera nascosta di Dio, spesso troppo scontata, riconosciuta «soltanto quasi svegliandosi da un sonno profondo (cfr. Gen 2,21)» (G. Angelini, Il figlio. Una benedizione, un compito, Milano 1991, p. 101).

L’opera di Dio è vita e genera vita, spiana la strada ad altre vite, dona speranza e suscita atti di carità. «Questa è la certezza fondamentale che la fede professa di fronte alla meraviglia della nascita e più remotamente di fronte all’enigma stesso della concezione e della gravidanza», dinanzi al mistero dell’abbandono e alla fecondità dell’adozione e dell’affido.

Già la vita di un bambino nel grembo materno può essere espressa come «una parabola che annuncia il senso della vita tutta». Essa, infatti, esprime in modo germinale la ricchezza e il valore della vita. La persona può ritrovare questo senso nel percorso della sua esistenza, oppure ogni volta che lo perde o gli viene sottratto, consapevole che la sua vita non rimane proprietà dei genitori biologici, ma è dono ricevuto da Dio, che è Padre e Madre e protegge l’eternità della vita di ciascun figlio. Ogni figlio dovrà cercare in Dio «la “legge” o la necessaria istruzione per il proprio cammino», mentre i genitori hanno il compito di accompagnarlo in questa ricerca fin dalla sua accoglienza nel concepimento o nell’adozione.

Anche il bambino abbandonato, come ogni bambino, ha bisogno di essere accompagnato a fare proprie le “istruzioni” che Dio ha dato con lo stile di vita di Gesù di Nazareth. I genitori adottivi matureranno nel loro cuore e nella loro esistenza la consapevolezza che il figlio è opera di Dio e come “germe” ha bisogno di esprimersi in tutta la sua ricchezza. Per questo dovranno aiutarlo, giorno dopo giorno, ad assumere una vita promettente e di speranza, la vita che il Padre ha consegnato al Figlio: Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato (Sal 2,7). Dio si prende cura fin dal principio dei suoi figli, qualunque sia la loro condizione e prima ancora che vengano alla luce. Però attende anche padri e madri, biologici e adottivi, per “far venire alla luce questi suoi figli”, per farli rinascere, poiché se uno non rinasce dall’alto non può vedere il regno di Dio (Gv 3,3).

Il figlio verrà realmente alla luce quando prenderà coscienza della sua condizione di dimorato dalla grazia di Dio e segnato dal peccato, chiamato all’obbedienza verso il Padre per avere la vita eterna, in un’esistenza illuminata dalla presenza divina che dissolve ogni oscurità esteriore ed interiore. Dio Padre è l’orizzonte sempre accessibile, capace di conferire senso definito e promettente al cammino. «Se per un lato si deve dire che l’uomo non è mai nato del tutto, per altro lato occorre riconoscere la differenza essenziale tra la prima e la seconda nascita: la seconda è un compito, è in tal senso “libera”, passa per il consenso umano a quell’opera originaria e gratuita di Dio, che sta al principio del suo essere». I genitori adottivi, dunque, se non hanno avuto la grazia di generare biologicamente un figlio, hanno però la preziosa opportunità e il compito di generare a nuova vita il loro figlio adottato.

(7 segue)

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