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XXIX DOMENICA TEMPO ORDINARIO – 19 ottobre 2014

Prima Lettura Is 45,1.4-6 Dal libro del profeta Isaìa
Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: «Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso. Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri».

Seconda Lettura 1Ts 1,1-5 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési
Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicési che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace. Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.

Vangelo Mt 22,15-21 Dal Vangelo secondo Matteo
omelia-19-ottobreIn quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, cono-scendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

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Oggi in tutto il mondo la Chiesa celebra la giornata missionaria che ha come titolo, delle parole care al nostro papa Francesco: ‘Periferie, cuore della missione’. Nel messaggio scritto per l’occasione, il papa insiste sulla gioia dei discepoli, degli evangelizzatori, dei missionari e della gioia profonda di Gesù quando manda i suoi ad annunciare il Regno: ‘il Padre è la fonte della gioia. – scrive – Il Figlio ne è la manifestazione, e lo Spirito Santo l’animatore’.
Quando annuncia il Vangelo, un discepolo non può essere triste, stanco. Non può annunciare il Regno chi si lascia chiudere e imprigionare, dice ancora il papa, in una tristezza individualista. ‘Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!’.
Due sono le sorgenti della gioia del Vangelo, conclude il papa: essa scaturisce ‘dall’incontro con Cristo e dalla condivisione con i poveri’.

Queste parole sono in contrasto stridente con i personaggi protagonisti del Vangelo di oggi. Sono i farisei.
Il testo di oggi li mostra mentre sono tutti impegnati a tramare contro Gesù: infatti, dice l’evangelista Luca, «tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi».
Si riuniscono per cercare la strategia migliore per mettere Gesù in difficoltà, per metterlo con le spalle al muro e per potersi sbarazzare di lui.

C’è poi un particolare significativo.
Dopo la riunione ‘segreta’, questi farisei non vanno direttamente da Gesù, non si espongono in prima persona, ma mandano «da lui i propri discepoli» e, soprattutto, li inviano «con gli erodiani». Forse questi erano personaggi della corte di Erode o forse un gruppo religioso favorevole al re Erode o una specie di partito politico legato ai Romani e al re Erode, che li rappresentava, oppure più genericamente erano ebrei che avevano funzioni importanti e che erano compiacenti al re e a Roma. Sta di fatto che i farisei, nazionalisti e antiromani, si accordano con questi altri, appunto gli erodiani.
Sono disposti a cercare complici anche tra i loro avversari, pur di ‘far fuori’ Gesù.

Vedete, così andavano le cose, anche allora. Spesso, nella politica e anche nella religione, magari anche in una comunità o in una parrocchia, ci si allea non per ottenere e cercare il bene comune, ma solo per sconfiggere un avversario, per sbarazzarci di lui, per imporre i propri interessi meschini ed egoisti.
Ma era così anche allora. Queste sono le tentazioni dell’umanità di sempre!

Quando arrivano da Gesù, questi discepoli dei farisei e questi erodiani sono come degli attori che recitano una parte studiata a memoria, in cui loro non c’entrano per nulla. Sono ipocriti, come lupi travestiti da agnelli.
Si rivolgono a Gesù con parole adulatrici, che a noi suonano tanto stridenti e false: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità».
Che ipocrisia, dietro queste parole! Apparentemente rivolgono a Gesù un grande elogio: gli dicono che è «veritiero» e che cerca «la via di Dio», con grande verità, con lealtà, senza falsità, con profondità e rettitudine. E poi, in aggiunta, gli riconoscono che è uno che non si lascia intimorire, impaurire, uno che non scende a banali compromessi e che non fa favoritismi: «non hai soggezione di alcuno … non guardi in faccia a nessuno».
Sono parole ‘unte’ di bontà, dietro le quali si nasconde il contrario. Stanno tramando contro di lui una trappola.

Dopo avergli riconosciuto tutta questa sincerità, proprio per questo, gli pongono una domanda trabocchetto: «Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Quelli che gli ponevano la domanda la pensavano in modo esattamente opposto tra loro, erano su due fronti contrapposti, ma erano uniti per combattere contro Gesù! Il loro obiettivo, comune, era solo quello di sbarazzarsi di quella presenza scomoda per i loro calcoli, politici e religiosi.

La risposta di Gesù è di una chiarezza solare, luminosa, perché profondamente vera. Gesù è davvero un uomo veritiero, leale, religioso.
«Conoscendo la loro malizia …». Sa bene chi ha di fronte, Gesù: degli ipocriti.
E li chiama proprio così, dando il vero nome alle cose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?»
. Sembra una domanda detta così, quasi di corsa, ma in realtà è un durissimo ammonimento rivolto a questa gente. Gesù non rinuncia mai a ‘dire la verità’, a rivolgersi a chi lo ascolta, a chi viene a lui, magari anche con le peggiori intenzioni.
La sua parola è sempre un meraviglioso ‘appello’ alla conversione.

E poi aggiunge, entrando nel merito della questione che gli avevano posto: «Mostratemi la moneta del tributo».
Notate come si esprime Gesù: non dice “mostratemi un denaro”. No, dice «Mostratemi la moneta del tributo». Questo era ciò che i farisei non sopportavano, al contrario degli erodiani: di dover pagare il tributo, le tasse, a Roma e ai suoi rappresentanti locali. Però il denaro l’avevano in tasca.
L’impero batteva moneta e la Palestina apparteneva a quell’impero, traendone vantaggi e pagando il suo tributo, le sue tasse!

Il racconto prosegue e ci strappa un sorriso di compiacimento, in favore di Gesù. Sembra di vederlo, mentre si china sulla moneta che quegli uomini hanno tra le mani, quasi a scrutarla, fino a domandare, sibillino: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Lui lo sa bene e anche i suoi interlocutori, ma li vuole costringere a dare loro stessi la risposta davanti a lui.
«Di Cesare», gli rispondono.
Ma poi rimangono senza parole.
Non sanno più che dire.
Erano andati da Gesù per coglierlo in fallo e per metterlo alla prova. Ora le parti si sono rovesciate. Non possono negare l’evidenza.
Quella moneta ha un valore simbolico fondamentale. Dice che nessun uomo vive isolato, senza appartenenza ad una comunità, con le sue istituzioni politiche, economiche, legislative.

C’è un senso di appartenenza reciproca che sta all’origine della comunità politica e di una nazione.
Spesso quel che manca, anche a noi, è questo senso di appartenenza, da cui scaturisce anche la lealtà. Basti un piccolo esempio: quanto spesso le cose di tutti – come le strade o i giardini – le trattiamo come se non fossero di nessuno … per non entrare nel complicato discorso sulle tasse.
Appartenere a una istituzione significa impegnarsi, magari anche per cambiare le ingiustizie. Ma non può mai essere leale chi si tira fuori o sta dentro solo per il proprio esclusivo interesse.

Alla fine, però, dopo aver detto: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare», Gesù aggiunge: «e a Dio quello che è di Dio».
Una parola conclusiva straordinaria e bellissima.

Non c’è nessuna confusione tra Dio e Cesare. Nessun Cesare, nessuna autorità politica, nessuno stato è Dio.
E nessuno in nome di Dio può pretendere di ‘costruire’ uno stato ‘etico’, totalitario, che imponga ad altri, in nome di Dio, la sua idea di giustizia.

Dio è oltre.
Non è staccato dai nostri rapporti umani – al contrario! – ma non può essere usato per giustificarli.
Verso di Lui siamo tutti debitori, perché Dio è grazia.
Per questo agli altri non imponiamo la nostra verità, ma la annunciamo, con lealtà, e gioia, per essere testimoni e missionari della sua giustizia, che è grazia!

don Maurizio

19 ottobre 2014

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