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Per una politica che parta dall’umano

Una riflessione sulla necessità che la politica torni a fondarsi sulla condivisione dei valori fondativi dell’essere umano. Perché “senza il primato antropologico” si ridurrebbe la persona a “semplici costi e ricavi”

Ogni aspetto dell’attualità ha ricadute politiche. Che si tratti di un fatto di cronaca, di un evento, di un discorso importante… l’aspetto politico è, in un certo senso, ciò che crea la connessione tra il fatto in sé e i principi e le regole che governano la vita di una società, una popolazione e, più in generale, la vita dell’umanità intera.
Ecco perché, allora, riflettere sulla politica, intesa nel suo senso più alto, diventa esercizio sempre utile.
Un bello spunto arriva da una riflessione di Pino Morandini, Vice Presidente Nazionale del Movimento per la Vita, dal titolo “La centralità politica della questione antropologica”.

Il primato della questione antropologica

Partendo da una critica al sistema delle alleanze, basato sulla convenienza dei partiti con i quali associarsi, piuttosto che su un programma e dei principi comuni, l’autore sottolinea il “complesso processo culturale” all’interno del quale si trova la società civile di oggi. Una società nella quale si può osservare “il nemmeno troppo strisciante prevalere di un certo relativismo etico”.
Criticare questo relativismo non significa mettere in dubbio la laicità del servizio politico, ma significa evidenziare lo scollamento nei confronti della sfera morale, ovvero da “cosa è bene o è male per la promozione del bene comune”. Stando così le cose, il rischio è quello che il relativismo mostri il suo volto più terribile: “un assolutismo spietato a servizio del potere”.
Ma la soluzione a questo relativismo non è il pluralismo etico, che per alcuni sarebbe addirittura la condizione per la democrazia, quanto la necessità di riaffermare la “centralità della questione antropologica”.
“La politica – scrive Morandini – non può fingere di accantonare problemi ormai divenuti nodali per le democrazie postmoderne, quali famiglia, stati vegetativi, libertà educativa, denatalità, malattia, utero in affitto, eutanasia, aborto,ecc. Se li accantona, si espone fatalmente al rischio di divenire forte con i deboli e debole con i forti”.

Il progetto di un bene comune

In questo senso, anche le questioni economiche, che pure hanno il loro peso, vanno affrontate “avendo a mente” il primato dell’uomo.
Il progresso delle biotecnologie, “il cui fondamento è spesso l’assoluta libertà del soggetto che fa perno solo su se stesso e sulle sue potenzialità”, ha mostrato di modificare la comprensione che l’uomo ha di se stesso, degli altri, della società. “Senza il primato antropologico – sottolinea Morandini – non solo finanza ed economia sarebbero oppressive, in quanto ridurrebbero la persona a semplici costi e ricavi, ma ne risentirebbe negativamente lo stesso Stato sociale”.
Questi sono i motivi per i quali qualsiasi coalizione che mira a governare, ma financo qualsiasi Stato, deve fondarsi su “un progetto di bene comune”.
E alla base di questo “bene comune”, sottolinea l’autore, si collocano proprio le realtà fondative dell’essere umano, che “possono essere addirittura paradigma per le Istituzioni, a partire dallo Stato: come la famiglia accoglie la vita e si fa carico di quella malata, anziana, disabile, così dovrebbe essere nel corpo sociale e nello Stato. Non è una questione di assistenza, ma di giustizia, una giustizia che dipana poi i propri riverberi su tutto il tessuto sociale, non ultimo quello economico! Dove ciò è accaduto, la gente ha ritrovato speranza, voglia di vivere. E non ha disertato le urne”.

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