“Accogliere” non è un verbo giustificabile solo “umanamente”. Nella accezione da noi utilizzata – donazione di sé fino all’integrale e totale accettazione dell’altro – si configura un “momento” che si posiziona ben al di là del puro ingresso nel cuore
Terza e ultima parte della “Contemplazione della Resurrezione” proposta da Marco Griffini. Un tentativo di andare al cuore di questo mistero, analizzandolo con “occhi contemplativi”.
La contemplazione “Un corpo nello Spirito”, si sviluppa in tre parti: questa è il terze e ultimo capitolo.
La prima parte può essere letta QUI.
La seconda parte può essere letta QUI.
L’accoglienza nello Spirito
Forse possiamo tentare di comprenderlo meglio se ci riferiamo, ancora una volta, all’esperienza dell’adozione.
È vero: accolgo un corpo – quello del bambino adottato – nella mia casa, nella mia famiglia, perfino nel mio cuore. Ma finché quel corpo non entra nel mio spirito, finché non lo accolgo nello Spirito, non si compie la trasformazione che lo rende figlio.
Infatti, “accogliere” non può essere ridotto a un atto meramente umano. Nella prospettiva che proponiamo, accogliere significa donarsi fino al punto di accettare l’altro in modo pieno, radicale, senza riserve. È un momento che trascende l’emotività e si situa ben oltre i confini del cuore.
C’è, per l’uomo, il mistero: un corpo mai conosciuto prima diventa, in un attimo, fonte di gioia e di dolore. Ma, e qui sta la meraviglia, non si tratta di una fusione con il mio corpo, bensì con il mio spirito. Quel corpo è entrato nello Spirito.
Forse sbagliamo quando diciamo che, se non si accoglie lo spirito del bambino, egli non diventa veramente figlio. In realtà, credo che solo Dio Padre possa accogliere lo spirito di un uomo. Noi, al contrario, accogliamo il suo corpo, lui, nella nostra dimensione spirituale.
Certo, la nostra “operazione” di accoglienza è, per usare un termine attuale, “virtuale”: il corpo del figlio non entra fisicamente nel nostro spirito né nella nostra carne.
Ma nella Risurrezione tutto è reale: “non vivo più io, ma Cristo (Abbandonato e Risorto) vive in me” (Gal 2,20).
Eppure, talvolta, nelle nostre povere “sperimentazioni spirituali”, ci è dato di gustare qualcosa che sembra essenziale: la gioia di sentirsi uniti in corpo e spirito.
È forse questo il respiro dell’immortalità?
3 (fine)
Per un approfondimento sulla spiritualità dell’adozione: “… ma Dio tace“
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