Gesù, per la prima volta nella sua vita, si rivolge a Dio chiamandolo Dio, non più Padre, Padre mio, Papà (Abbà). Prima, in nessun luogo Gesù ha mai pregato Dio con il termine Dio: quel “Dio” è qualcuno che Gesù non conosce più
Ma, Dio, tu hai mai avuto un figlio? Dov’è scritto? Chi l’ha detto? Oh, Dio, Dio mio, dimmi per che cosa muoio? Dammi una ragione per la mia morte!
Gesù, per la prima volta nella sua vita, “sente” esplodere nel profondo del cuore un grido per un nome a cui mai, in passato, aveva associato, per sé, un significato relazionale: per la prima volta si rivolge a Dio chiamandolo Dio, non più Padre, Padre mio, Papà (Abbà). “Prima, in nessun luogo Gesù ha mai pregato Dio con il termine Dio”.(46)
È il grido di un uomo che sta scivolando nel baratro della disperazione: di un uomo che sprofonda nell’angoscia del nulla. È stato troppo unito a quel Padre, lo ha amato con tale intensità che ora lo “strazio” della lontananza, della non presenza, “profondo”, immenso, dilaga nel vuoto dell’anima.(47)
- (46) Su questo punto è opportuno soffermarci con attenzione perché è da questo momento che in Gesù inizia ad affacciarsi lo spettro dell’abbandono; R.E. Brown, op. cit., p. 46, lo evidenzia, sottolineando innanzitutto la differenza fra l’implorazione nel Getsemani ed ora sul Golgota: «All’inizio, nel Getsemani, Gesù implora in aramaico e in greco perché il Padre allontani da lui quel calice, una preghiera che non riceve nessuna palese risposta. Alla fine, sul Golgota, Gesù prega una seconda volta in aramaico e in greco, ma stavolta semplicemente con un “Mio Dio” (l’unica ricorrenza in tutti i vangeli), chiedendo perché è stato abbandonato (…); “prima in nessun luogo Gesù ha mai pregato Dio con il termine Dio”». Più avanti lo stesso R.E. Brown (ibidem, pp. 1178-1179), specifica: «Sentendosi abbandonato come se non venisse ascoltato, egli non presume più di parlare intimamente all’Onnipotente come “Padre”, ma utilizza il modo di rivolgersi comune a tutti gli esseri umani: “Mio Dio”. (…) Marco richiama la nostra attenzione su questo contrasto tra le due preghiere e lo rende più acuto riportando l’appello di ciascuna preghiera nella lingua propria di Gesù: “Abbà” e “Eloi”, dando così l’impressione di parole che provengono genuinamente dal cuore di Gesù, come distinte dal resto delle sue parole che sono state conservate in una lingua straniera (greco). Quando affronta l’agonia della morte, il Gesù di Marco viene presentato mentre fa ricorso alla sua lingua materna». Per L. Chardon, La croix de Jésus, Paris 1985, vol. I, pp. 256-257, quel “Dio” è qualcuno che Gesù non conosce più: «Quando (il Padre), (…) gli nasconde la sua qualità di Padre, ma anche quella di Dio nell’aspetto in cui fa scorrere i torrenti delle dolcezze della sua bontà, allora Gesù non lo chiama più suo Padre, ma suo Dio». A.M. Giorgi ci riporta ai Padri della Chiesa e ai grandi dottori per indicarci come loro stessi videro in quella invocazione «il cedimento terribile dall’esperienza filiale a quella creaturale» (cfr. A.M. Giorgi, op. cit., p. 60). Insomma, Gesù si sente un semplice individuo, “uno come noi”, come esprime C. Lubich, Portare Maria a casa, op. cit., p. 87: «Ma Gesù abbandonato, seconda divina Persona, fattasi uomo, aveva assunto anche questa situazione: infatti, quando chiama suo Padre non Padre ma “Dio”, sembra ridotto da Persona a individuo, uno come noi».
- (47) «L’abbandono è sentito da Gesù più vivamente in quanto i suoi contatti filiali col Padre erano saldi» (J. Galot, Il mistero della sofferenza, op. cit., p. 47). R. Guardini (Il Signore, Milano 1964, p. 493), nel descrivere la condizione di Gesù in tale momento usa il termine “annichilimento”, «tanto più profondo quanto è più grande colui che ne è colpito». Secondo L. Sartori (Parola e Silenzio di Dio, Roma 1991, pp. 182-183), lo “strazio del distacco” può essere avvertito solo dagli eletti: «Sta il fatto che il grido di Gesù non sta sulle labbra di chi non ha provato né sa cosa sia la vicinanza di Dio. (…) Più alta è l’esperienza di unione con Dio, più profondamente si diventa esposti allo strazio del senso di abbandono e di distacco». Anche C. Greco, op. cit., p. 179, riprende tale concetto sostenendo che: «Soltanto chi, come Gesù, ha vissuto con Dio una profonda comunione di vita, poteva sperimentare realmente l’angoscia e la desolazione di sentirsi abbandonato»
(18 continua)
Per un approfondimento sulla contemplazione dell’abbandono di Gesù: “… ma Dio tace“
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