La forte testimonianza di Gemma Calabresi, moglie del Commissario Calabresi, ucciso davanti a casa nel 1972: “La fede non è altro dalla vita, il perdono è a disposizione di tutte le religioni ma è frutto di un cammino lungo”
Gemma Calabresi è una persona straordinaria, instancabile testimone da oltre 50 anni di uno degli episodi più noti degli Anni di Piombo (l’omicidio del commissario Luigi Calabresi) e, soprattutto, di come anche dal baratro del male si possa trarre del bene: “Nella mia tragedia non mi sono mai sentita sola… – ha raccontato ad Avvenire. È come se, dopo il male, il bene avesse bussato alla mia porta”.
La preghiera per i giovani di oggi
All’epoca dell’omicidio, Gemma era una ragazza di 26 anni, con due figli piccoli e in attesa del terzo: “In quel momento [quando venne ucciso il marito, proprio pochi metri fuori di casa n.d.r.] ero prima di tutto una madre che doveva proteggere i propri figli”. Una madre che si impegnò, da subito, per cercare di “impedire che il male ti divori”.
Perché questo è quello che genera l’odio: l’annientamento dell’altro! Da qui l’invito opposto di Gemma Calabresi, anche pensando alle tante guerre in corso oggi: “Aprite le braccia, liberatevi da questo male: lasciate che scompaia la voglia di sopraffazione e di prepotenza, accorgetevi che il prossimo per voi è importante…”.
La riflessione si sofferma, in particolare, sui giovani, che Gemma incontra durante i suoi tantissimi impegni nelle scuole: “Prego tantissimo per i ragazzi di oggi – dice ad Avvenire -, perché non si lascino schiacciare dalle logiche del mondo, perché non finiscano per averne paura”.
Il lungo cammino del perdono
Non si pensi, però, che arrivare a questa consapevolezza sia stato facile: nelle settimane dopo l’omicidio l’odio sembra la risposta che potesse far stare meglio. Ma presto Gemma si accorge che non poteva farsi divorare dal rancore: “Passare dall’odio alla pace, innanzitutto con se stessi, è stato difficilissimo. Però ho sempre avuto tanta solidarietà intorno a me, anche le persone sconosciute che mi riconoscono al supermercato. Il bene bussa spesso alla nostra porta, il problema è che non ce ne accorgiamo”.
Non mancano, nelle parole di Gemma Calabresi, anche i pensieri per i genitori: “A loro direi: offrite voi stessi, parlate con loro [i vostri figli n.d.r.], anche se vi spaventa il male di vivere delle nuove generazioni, la paura, la depressione, la violenza. Pregate per le vittime e per i carnefici. Per questo, credo molto nella giustizia riparativa, nel dialogo tra le parti. Quel che si è fatto negli ultimi anni ha aperto la via a una nuova stagione: l’importante è che si cominci un cammino, senza distinguere tra chi vuole mettersi in gioco e chi no”.
Per fare tutto questo, la fede è uno strumento imprescindibile: “Io nella preghiera mi affido e affido – racconta Gemma – trovo conforto, mi sfogo, parlo con Padre eterno”. E ancora: “Bisogna saper leggere i segni e sapere che Dio ci giudica per il bene compiuto, non per gli errori commessi. La fede non è altro dalla vita, il perdono è a disposizione di tutte le religioni ma è frutto di un cammino lungo”.
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