La prof.ssa Isidora Castenetto è scomparsa il 4 luglio 2026; donna sensibile, esempio di spiritualità, studio, insegnamento e testimonianza cristiana, la ricordiamo con profonda gratitudine pubblicando un estratto del suo prezioso contributo elaborato per la rivista “Lemà sabactàni?”.
Il 4 luglio 2026 la prof.ssa Isidora Castenetto ha concluso il proprio cammino terreno; Dora, come era familiarmente chiamata e da molti conosciuta, oltre ad essere stata un punto di riferimento per generazioni di studenti e per la comunità ecclesiale, è stata una delle prime teologhe laiche della diocesi di Milano. Ha studiato la spiritualità di Elena da Persico e ha approfondito la spiritualità di santa Teresa d’Avila e santa Teresa di Lisieux. Parte di quella schiera di donne impegnate nella Chiesa e nel servizio al territorio, Dora è cresciuta nelle file dell’Azione Cattolica e ha rivestito diversi incarichi a livello diocesano.
Donna di pensiero, la prof.ssa Castenetto è stata amante della riflessione e per anni si è dedicata all’insegnamento di filosofia e pedagogia. Il suo avvicinamento alla teologia risale agli anni Settanta e nel 1981 ottenne la Licenza in Teologia; fu una delle prime laiche che decise di approfittare dell’apertura della Facoltà Teologica a Milano, dove iniziò a insegnare storia e filosofia nel1982. Nel 1995, in collaborazione col prof. mons. Claudio Stercal, col quale ha vissuto una lunga e feconda collaborazione, diede vita al Centro Studi di Spiritualità, insegnando corsi di Teologia spirituale sino al 2013. La prof.ssa Castenetto non ha esitato quando il comitato di redazione di “Lemà sabactàni?” le ha chiesto di contribuire con un articolo; ha volentieri raccolto l’invito elaborando un prezioso studio dedicato al tema “abbandonati da Dio. Il cammino spirituale come luogo dell’assenza di Dio“. Pubblicato nel fascicolo n. 3 della rivista, ne proponiamo qui le premesse introduttive.
Vivere l’abbandono
In un recente viaggio in Brasile, mi è parso che il tema dell’abbandono assumesse una concretezza singolare per i problemi noti; e dove la fede stessa può essere messa a dura prova. È come se la pagina del vangelo di Matteo, che invita alla fiducia nel Signore che, se provvede a “nutrire gli uccelli del cielo”, e a rivestire “i gigli del campo”, tanto più ha cura di ciascuno di noi (Mt 6,25-30), perdesse il suo significato dinanzi al volto di una sconvolgente povertà: bambini soli o abbandonati, donne e uomini sdraiati sotto i ponti o ai margini delle strade, in cui pure si ammirano edifici lussuosi. Dov’è Dio, che ci chiede di “non affannarci per il domani”? Dov’è la sua provvidenza? Dov’è la sicurezza di vita per questi suoi figli?
L’abbandono chiede di affidarsi
Sono passata accanto ad essi la mattina del primo giorno dell’anno: e mi sono sentita salutare con un cordiale “bon dia, feliz ano novo” (“buongiorno, felice anno nuovo”). Mi risuona ancora dentro, con commozione, questo augurio, forse il più vero, rispetto ad altri troppo formali. Si può credere in un anno nuovo “felice” dentro una situazione di povertà, di miseria? Eppure l’abbandono, nella fede, chiede di affidarsi con fiducia a Dio, perché Egli assicura una vita nuova. È il senso dell’abbandono autentico, secondo il dettato del Vangelo. E ciò non significa essere rinunciatari, non custodire e difendere la dignità della propria persona, non assumere la responsabilità delle proprie scelte anche con intelligenza critica, ma è sapere che un Altro, il Padre provvidente, si occupa della nostra vita, perché nessun “capello del capo perirà” (Lc 21,18).
Vincere la tentazione della rassegnazione
Una certezza, questa, che infonde forza e coraggio. E vince la tentazione dell’inerzia, della rassegnazione: rende capaci di affrontare serenamente e coraggiosamente situazioni difficili, di guardare con speranza anche agli eventi dolorosi della vita. Perché ci consegna a un Amore che è prima, assolutamente sicuro: che garantisce il necessario per vivere e libera da ogni timore. Fidarsi di questo amore è fare soltanto ciò che Lui indica, con la consapevolezza che Egli sa la ragione di ogni avvenimento, di ogni contrattempo, di ogni imprevisto; e guida e orienta la vita, a cui provvede, proprio perché è Padre e Madre. Abbandonarsi alla sua Parola, anche quando essa supera l’intelligenza e la sensibilità, assume allora il sapore di una confidenza obbediente, in cui si ritrova la pace, superando ogni inquietudine del cuore.
Figliolanza piena e autentica
È dunque un grande guadagno l’abbandono in Dio: stabilisce un rapporto di figliolanza piena, autentica; genera un atteggiamento di profonda libertà, senza confondersi con il quietismo e la pigrizia. Esprime la dimensione di una povertà, che non lascia vivere nel cuore sentimenti vani di egoismo, per affidarsi alle mani provvide di Colui che rivela la propria presenza salvifica sempre, nelle piccole o grandi cose del quotidiano. Si impara così a passare dalla fiducia in sé, nelle sole proprie forze, alla fiducia in Dio, il cui intervento ha vie insospettate, per cui si può dire con il Salmista: “Getta nel Signore il tuo affanno ed Egli ti sosterrà” (Sal 55,23), o, come il Siracide sottolinea, “Affidati a Lui ed Egli ti sosterrà” (Sir 2,6). Affidarsi a questa certezza è imparare a vincere ogni forma di ansia, di trepidazione, di angoscia, nella consapevolezza che Dio c’è, che la sua grazia non viene meno anche nelle ore più oscure.
Consegnarsi alla fedeltà di Dio
Tutti i Santi, tanti credenti, sono stati e sono maestri nel testimoniare la gioia e la pace del cuore pur nella fatica di un cammino doloroso, perfino nell’esperienza di una fede attraversata dalla prova, dal dubbio, dall’oscurità della “notte”, come dice San Giovanni della Croce. Restano profondamente emblematiche le pagine della storia cristiana, in cui emergono sorprendenti esperienze di fede, vissute talora nella solitudine o nelle incomprensioni più sofferte. Divengono per noi provocazione e stimolo a una radicale conversione: per riconoscere nel Padre di Gesù Cristo e Padre nostro l’eccedenza della sua tenerezza, che ha cura dei suoi figli e li custodisce come una madre, che tiene sulle braccia il suo bambino. Si impara perciò a consegnare la vita, i pensieri, i desideri alla fedeltà sapiente di Dio, anche se il cuore è attanagliato dal dolore e gli interrogativi si fanno incalzanti, perché non si riesce a percepire la presenza di Dio, o a intravedere il suo disegno provvido e amoroso. Sono i momenti in cui la fede conosce la mediazione della croce, su cui si consuma il sacrificio di Gesù per la nostra salvezza. E sulla croce si impara il suo stesso abbandono. È stato così per i Santi. Anche se non è possibile, qui, richiamarne l’innumerevole schiera, sappiamo che tutti sono un rimando all’amore misericordioso di Dio, ciascuno con la propria fisionomia e la propria storia.
Isidora Castenetto
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