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Il segno della sterilità feconda: il lato opposto dell’abbandono: il progetto di “salvezza” (6)

Il mistero della fecondità sterile ha un solo nome: «Sì, ti accolgo», dove in questo «atto» è insita l’adesione a un progetto non ancora svelato, ma già, fin da ora, mio, nostro

Se nella tappa precedente la riflessione di Marco Griffini, “il mistero e la grazia della sterilità feconda, si apriva alla scoperta della grazia, in questo nuovo passo del cammino si incontra il progetto di “salvezza”. Un progetto che di quella grazia, e della sua accettazione, è conseguenza quasi diretta. Solo dal “sì” pronunciato dai genitori come fu da Maria, infatti, può nascere la vera accoglienza; perché non si tratta solo di accettare un dono, ma di farlo fruttificare e, in questo modo, “restituirlo” agli altri.
In questo passaggio, Griffini conduce il lettore, dunque, all’estremo opposto rispetto a quello che è stato il punto di partenza: dall’abbandono all’accoglienza.

La riflessione si dispiegherà in più tappe. Quella che segue è la tappa numero sei della seconda parte.
In fondo alla pagina il link alle tappe precedenti.

Una fecondità coraggiosa

Quanta prossimità al «sì» di Maria all’annuncio di una possibile maternità! Accettare e accogliere il mistero di una differente e incomprensibile concezione; e la fecondità sterile di Maria si avvera.
Ancora di più ci sentiamo intimamente uniti al suo sposo e al suo difficile e travagliato «sì», per il quale accetta e accoglie un figlio non suo, come «se fosse nato da lui». E la fecondità sterile di Giuseppe si avvera.
Pure per noi, sterili o fertili, il mistero della fecondità sterile ha un solo nome: «Sì, ti accolgo», dove in questo «atto» è insita l’adesione a un progetto non ancora svelato, ma già, fin da ora, mio, nostro. I vescovi italiani l’hanno definita «l’esaltante avventura di una fecondità coraggiosa che fa sperimentare che “vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35)»13

Doni da far fruttificare

Ma per chi si affida alla volontà del Padre – «non per come voglio io, ma per come vuoi tu» – è di una semplicità disarmante: è il «diventare» ancora una volta bambini e ritrovare nelle braccia della mamma la possibilità di uscire dalle angosce terrificanti. Sia fatta, dunque, la tua volontà di amore! In quel «sì ti accolgo» la sterilità si fa feconda in quanto – già fin da ora – genera una realizzabile relazione «trinitaria»: padre/madre e un figlio uniti dal loro amore.
Se non genera, cioè se non si apre all’altro, rimane infeconda e soggiace alla schiavitù della sterilità. La scoperta del dono, viceversa, proietterà i nostri corpi nella dimensione della generazione: saremo veri genitori! La «sterilità feconda» è quindi la grazia che il Padre dà «senza misura» (Gv 3,34) a ogni coniuge per fecondare il mondo di amore; un dono concesso, non da godere e tenere per sé, ma da donare, a nostra volta, a un altro.
D’altra parte è proprio questa la caratteristica dei «doni» del Padre, come ci ha spiegato Maurizio Chiodi: un dono da rendere, da far fruttificare per gli altri.
Finalmente la scoperta della grazia della sterilità feconda svelerà il lato opposto dell’abbandono: l’accoglienza, il progetto di «salvezza» per il quale siamo stati chiamati. La nostra vera «idoneità» a essere genitori di un figlio «non nostro» sarà quindi la capacità e la volontà, nonostante il nostro essere sterili, di generare, e non una sentenza scritta su un inutile pezzo di carta da un qualsiasi Tribunale per i minorenni.

(6 – seconda parte, continua)

Per approfondimenti, vedi Marco Griffini, Sterilità feconda: un cammino di grazia.

QUI per leggere la tappa 1
QUI per leggere la tappa 2
QUI per leggere la tappa 3
QUI per leggere la tappa 4
QUI per leggere la tappa 5

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