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Il segno della sterilità feconda: due realtà di abbandono (2)

Così si cercano, quasi legate da un sottile filo comune. Se una realtà spera, anche l’altra spera, ma se per una l’angoscia prevale, anche l’altra rischia di perdere la speranza

Prosegue la seconda parte della riflessione di Marco Griffini attorno al mistero e la grazia della sterilità feconda. Dopo aver ripercorso il momento nel quale l’abbandono diventa esperienza incarnata all’interno della coppia tramite la scoperta della sterilità, si profilano, qui, i primi “opachi contorni di una possibile risposta”. Una risposta che è insita nell’incontro con un altro “grido”, quello del bambino abbandonato che chiede di essere compreso e riconosciuto. È proprio lui, con la sua semplicità, a indicare possibile una via: quella della speranza di chi si abbandona a un sogno che oltrepassa i confini della realtà. Quella di un’accoglienza reciproca che può dare vita a ciò che umanamente possibile non è.

La riflessione si dispiegherà in più tappe. Quella che segue è la tappa numero due della seconda parte.
In fondo alla pagina il link alle tappe precedenti.

Un grido che trova nell’incontro con un identico grido una possibile risposta

In questa contemplazione del mistero dell’abbandono, e nel momento della conoscenza del fallimento, non potrò non sentirmi intimamente unito a chi, anche lui abbandonato, sta vivendo, solo con se stesso, i nostri medesimi sentimenti; di chi si sente tradito, angosciato; di chi lotta, giorno dopo giorno, per mantenere viva la speranza di poter diventare o ritornare a essere un figlio.
Nell’oscurità dell’abbandono si potrà aprire una tenue penombra di luce: il nostro «Dio mio, Dio mio perché ci hai abbandonato?» inizia ad assumere i contorni opachi di una possibile risposta se incontra, nella dimensione della spiritualità, un altro e identico grido: «Mamma, perché mi hai abbandonato?».

Due realtà di abbandono che, pur non conoscendosi, ignorando completamente l’esistenza l’una dell’altra, già si sentono intimamente unite da un sentimento comune: l’ansia nella ricerca di una diversa, nuova, umanamente impossibile fecondità, quella di essere padre, essere madre, essere figlio nonostante la realtà dell’abbandono, nonostante la realtà della sterilità.
Così si cercano, quasi legate da un sottile filo comune. Se una realtà spera, anche l’altra spera, ma se per una l’angoscia prevale, anche l’altra rischia di perdere la speranza.

È qui che la «grazia» inizia a «farsi scoprire» da chi a lei si affida: ancora una volta il bambino abbandonato e la sua semplicità indicano la strada, insegnando la speranza alla quale egli si abbandona, in un sogno pensato che oltrepassa i confini della realtà: «Chiunque vorrà accogliermi, sarà per me un padre e una madre e anch’io lo accoglierò. Io stesso parteciperò alla loro fecondità e diventerà la nostra fecondità. Non saremo più soli, né abbandonati, perché io sarò il loro figlio e li farò nascere dentro di me».
Piano, piano, se le fragili certezze e le radicate paure lasceranno il passo a un atteggiamento di abbandono e di fiducia nell’amore del Padre, anche per noi coppie sterili si affaccerà una nuova verità.

(2 – seconda parte, continua)

Per approfondimenti, vedi Marco Griffini, Sterilità feconda: un cammino di grazia.

QUI per leggere la tappa 1

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