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Un affido, tre adozioni e tre figli biologici. Ma la porta di casa è ancora sempre aperta!

La storia straordinaria di Chiara e Igor, che hanno sei figli, accolti anche con problemi di salute, e ancora non si fermano: “Non riusciamo a darci pace che ci siano ancora così tanti bambini abbandonati”

Chiara e Igor già da fidanzati sognavano di poter adottare un bambino. Anzi, a dirla tutta, Chiara lo pensava già durante gli anni del liceo, tanto che quando ha rivisto i compagni, a 20 anni dalla maturità, nessuno si è stupito che l’avesse fatto davvero.
Solo che Chiara e il marito Igor non si sono fermati a un’adozione… Ma andiamo con ordine.

La prima adozione dalla Bolivia

Il primo figlio, Douglas, arriva dalla Bolivia. “All’epoca la trafila burocratica ci era sembrata lunga – dice Igor – . Ma se ci pensiamo oggi… non è stato nulla! Douglas poi era un bimbo sano, perciò abbiamo il ricordo gioioso di un’esperienza arricchente per noi, che conoscemmo una nuova cultura e un paese bellissimo. Il bambino ci ha preso subito per mano e abbiamo iniziato la nostra avventura”.
Così la famiglia pensa subito a una seconda adozione. Vengono fatte le pratiche e la coppia si dichiara disponibile per l’accoglienza di un bambino delle liste special needs.

Il bisogno bussa alla porta

Proprio in quel momento, però, arriva una richiesta inattesa di un bambino davvero speciale, con sindrome di Down: Jonathan. “All’epoca – ricorda Chiara – aveva 1 anno ed entrò in famiglia in affido in modo da non interrompere la pratica adottiva in corso”. Dopo un periodo di affido protetto, Jonathan diventò figlio con l’adozione.
Ma l’accoglienza non era ancora finita, perché alla porta di casa bussò la piccola Sara: era un caso di abbandono e di necessità sanitarie complesse di una bambina del Kosovo. “Grazie all’intervento di un medico che si rifiutava di curare una bambina di 3 anni e mezzo con metodi antichi – ricordano i genitori – scattò l’appello urgente di adozione internazionale. Sara stava molto tempo sola nel letto, con una displasia delle anche che le impediva di muoversi e camminare. L’abbiamo incontrata che si dondolava parecchio, non parlava e quando siamo tornati in Italia addirittura i medici ci dissero che non era recuperabile. Ma noi non abbiamo voluto crederci”.

L’amore di una famiglia può tutto

Seguono diversi interventi, gessi, fisioterapia e riabilitazione, ma alla fine Sara impara a camminare, correre, nuotare e andare in bicicletta. Unico ricordo delle difficoltà iniziali è una soletta che permette di recuperare il centimetro di differenza tra una gamba e l’altra. “Siamo partiti da zero anche per lavorare sulla parola – riprende Chiara – perché la lingua era come atrofizzata. Non le avevano nemmeno insegnato a mangiare e bere… Abbiamo il vantaggio in Italia di avere ospedali di eccellenza e assistenza sanitaria: è importante ricordarlo, altrove non sarebbe stato possibile”.

Arrivano i figli biologici

Dopo tre adozioni, arrivano anche i figli biologici: prima Isabel e, tre  anni più tardi, i gemelli Pietro e Agnese.
Totale: sei figli. Una scelta che, oggi, appare quasi “da fantascienza”. Certo, l’organizzazione non è semplice, ma tra turni di notte, lavoro da remoto, nonni disponibili e orari d’ufficio quando i bambini sono a scuola, non c’è nulla che non si riesca a fare.
Tanto che la porta di casa rimane sempre idealmente aperta: “Leggiamo sempre la rubrica ‘Figli in attesa’ sul sito di Ai.Bi – raccontano – e non riusciamo a darci pace del fatto che tanti bambini, oltre ad aver subito l’abbandono, anche in ragione della loro età o di un problema di salute rischino di venire dimenticati e non trovare mai famiglia”.
Chiara e Igor sono perfettamente consapevoli di aver fatto una scelta totalmente dalla parte dei bambini: “La nostra scelta richiede tanto impegno, bisogna dedicarsi, soprattutto quando si hanno bambini che hanno bisogno di cure –  concludono Igor e Chiara -. Certamente anche la fede ha accompagnato il nostro cammino e noi abbiamo sempre affidato a S. Teresa di Calcutta, cui siamo devoti, i nostri percorsi di vita: non a caso abbiamo chiamato Agnese la nostra ultima bimba, il nome al secolo di Madre Teresa”.

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