L’atteggiamento più autentico della lode a Dio ha i connotati dell’infanzia, dello spirito puro e filiale… riconoscente, limpido, senza filtri. Uno spirito umile e accogliente
Terza tappa della riflessione di Don Simone Bruno, Phd in Psicologia della comunicazione emotivo-affettiva, che indaga il movimento che conduce dai genitori verso i figli, in un gesto di accoglienza che richiama quello del Signore nei confronti dell’uomo: colmo di misericordia, compassione e accudimento.
Qui, il percorso si sofferma sul Salmo 8, una lode entusiastica indirizzata dall’uomo, espressione culminante della creazione, al Signore, la cui magnificenza è disseminata e diffusa su tutta la terra, rintracciabile in ogni suo angolo e in ogni sua opera.
La riflessione si suddivide in 18 tappe. Quella che segue è la tappa numero tre.
Di seuito le tappe precedenti:
introduzione
tappa 1
tappa 2
Un progetto d’amore che si sussegue nella storia: l’uomo stupito di fronte alla grandezza di Dio (prima scena cosmica)
Un progetto d’amore che si respira lungo l’ondulatorio susseguirsi della storia della Salvezza. Tutta la Sacra Scrittura, infatti, porge piccoli spicchi di luce per illuminare il legame di alleanza tra Dio e l’umanità. Un legame genitoriale-filiale, basico. A tal riguardo, uno sguardo particolare lo offre il Salmo 8,1-10:
«O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!
Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza,
con la bocca di bambini e di lattanti:
hai posto una difesa contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi:
tutte le greggi e gli armenti
e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.
O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!».
Proviamo ad accostare il mistero contenuto in queste parole e a capire perché possono rivelarsi così importanti per noi e per l’analisi che stiamo conducendo. Siamo di fronte a un salmo di lode, una lode entusiastica indirizzata dall’uomo, espressione culminante della creazione, al Signore, la cui magnificenza è disseminata e diffusa su tutta la terra, rintracciabile in ogni suo angolo e in ogni sua opera (vv. 2a e 10) [per approfondire le questioni esegetiche e letterarie attinenti al Salmo 8, si suggeriscono i seguenti testi: G. Ravasi, Il libro dei salmi. Commento e attualizzazione (Vol. I, 1-50), Bologna 1981, pp. 177-204. G. Ravasi, I salmi. Introduzione, testo e commento, Cinisello B. (MI) 2006, pp. 56-59. G. Ravasi, Che cos’è l’uomo? Sentimenti e legami umani nella Bibbia, Cinisello B. (MI) 2011]. Il nome di Dio riceve un elogio corale, sinfonico: tutto il creato si prostra adorante verso l’Onnipotenza del Padre. La sua maestà non è presente soltanto sulla superficie della terra ma si dispiega verticalmente sopra gli stessi cieli, in tutto l’universo. Vediamo i dettagli.
Prima scena cosmica (vv. 2b-5)
Uomo e onnipotenza divina sono posti a confronto sullo sfondo del cosmo. Così entrano in dialogo: «Vorrei cantare la tua maestà lassù nei cieli, balbettando con le labbra come fanno fanciulli e lattanti» (traduzione di S.Em. Card. Gianfranco Ravasi). L’immagine è suggestiva, puerile. Da un lato, l’uomo sa che Dio non ha bisogno dei grandi retori per comunicare con Lui. Al contrario, desidera scorgere autenticità. Dall’altro, la lode umana si concepisce come un leggero e vaporoso balbettio (o, meglio, al pari di una lallazione discorsiva), simile a quello prodotto dai lattanti (quando, per esempio, sono soddisfatti nel loro bisogno), che sale su fino ad aggrapparsi e a intrecciarsi alla voce orante della corte angelica. Il salmista ci sta dicendo che l’atteggiamento più autentico della lode a Dio ha i connotati dell’infanzia, del suo spirito puro e filiale rivolto allo sguardo paterno-materno di Adonai. Uno spirito riconoscente, limpido, senza filtri. Uno spirito umile e accogliente. Lo stesso che permette a Matteo e a Luca di riportare un preciso detto di Gesù: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).
Perché l’uomo sta elevando una lode, paragonabile a un balbettio così accorato? Certo, lo abbiamo ricordato: per la magnificenza e grandezza del Signore. Ma anche perché Dio ha costruito una fortezza (come afferma anche il Salmo 150: «Lodate il Signore nel suo santuario, lodatelo nel firmamento della sua fortezza»; una specie di calotta, di firmamento, che divide le acque superiori da quelle inferiori, una fortezza trascendente), un rifugio, un baluardo nei cieli contro i propri nemici. Contro il male (avversario per eccellenza) che si avvale di potenti oppositori del bene. E per ridurre tali avversari al silenzio: ovvero, tali avversari tentano di ribellarsi alla presunta tirannia di Dio, alla sua supremazia cosmica e di usurpare le funzioni che spettano direttamente a Lui, mettendo in discussione la sua Opera salvifica continua. Lui li stana, riducendoli al silenzio.
Dopo il firmamento, il salmista porta al centro gli astri. Descrive il cielo notturno con pregnanza poetica: questi capolavori scintillanti e colossali sono stati prodotti con la delicatezza del tocco delle dita (come quando si muovono sull’arpa o su un ricamo). Eppure sono stabili, fissi. L’immutabile irregolarità degli astri e delle loro meccaniche celesti attesta l’indefettibilità di colui che li ha “fissati”. Non è tanto l’immensità, né la potenza, né lo splendore o la regolarità del sistema cosmico a impressionare il salmista quanto la maestà, la fedeltà stabile, fiduciosa e certa di Dio, del creatore. Il confronto, allora, che s’instaura nel versetto successivo («Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?») non è tra uomo e cosmo, ma tra uomo e Dio. La maestà verso cui l’uomo s’inchina non è quella spaziale dell’universo ma quella di Dio.
Ecco la sorpresa: l’uomo si china di fronte a Dio, estasiato, e gli chiede: come può l’uomo, fatto di terra, piccolo, insulso, macroscopico, essere oggetto della premura unica e appassionata del Creatore infinito? Essere al cuore del progetto d’amore di cui parlava Paolo ai Romani? Essere trasportato dallo Spirito nello statuto di Figlio ed essere adottato da Dio?
Il versetto comprende in primo luogo il verbo ricordare (zkr). Esso esprime con precisione la struttura fondamentale della fede biblica, articolata non su astratte ideologie, ma sull’intervento storico di Dio: ricordare gli eventi della storia della salvezza è, quindi, sinonimo di credere; il ricordo biblico è la professione di fede che rende attuale e contemporaneo l’atto passato di Dio, introducendo il fedele nella vicenda della salvezza. L’esortazione costante del Deuteronomio è quella di ricordare la liberazione operata da Dio: «Allora ricordati del Signore tuo Dio …». Anche nei Salmi è frequente l’invito a ricordare le sue meraviglie d’un tempo (Sal 77,12), a ricordarsi di Dio (Sal 63,7), a ricordarsi del suo nome (Sal 119,55). Parallelamente il “ricordarsi” di Dio è l’atteggiamento fondamentale dell’alleanza, nei cui confronti egli è costantemente fedele. Dio, infatti, si ricorda dei poveri, del suo popolo, di noi, della sua parola, del suo amore. Di fronte ai cedimenti e alle debolezze dell’uomo, il suo ricordo è stabile, pronto a registrare, quando si presenta, anche la risposta negativa dell’uomo, ma soprattutto i suoi atti d’amore e di fede.
Nel Salmo 8, il fatto che Dio si ricordi dell’uomo è oggetto di sconvolgente meraviglia. Un essere così debole e corrotto, destinato a essere inghiottito velocemente e voracemente dal tempo, simile a un vermiciattolo, a una larva, è oggetto dell’efficace ricordo salvifico di Dio. Al ricordo si accompagna la cura, espressa con il verbo pqd, che significa in linea generale “visitare”, “sorvegliare”, “provare sollecitudine e preoccupazione”. Dio “visita” la terra e la irrora con acqua feconda (Sal 65,10), visita la vigna di Israele (80,15), visita l’uomo con la sua salvezza (Sal 106,4). Appare ai nostri occhi la premurosa sollecitudine di un padre, unita all’attenta verifica di tutte le azioni che il figlio ha compiuto. Questo canto biblico dell’uomo è paragonabile a una celebrazione attonita di ciò che fa l’uomo un essere unico e irripetibile, cioè la Grazia di Dio (1Cor 15,10), l’amore, il ricordo, la preoccupazione di Dio nei suoi confronti («L’uomo che, tra gli esseri, non conta nulla, che è polvere, erba, vanità, una volta che è adottato dal Dio dell’universo come figlio, diventa familiare di questo Essere …», diceva Gregorio di Nissa nel De Beatitudine).
(3 continua)
Per maggiori approfondimenti vedi il fascicolo n. 16 della rivista Lemà sabactani.
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