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Il Vangelo dell’Accoglienza. Occorre prendersi cura, giorno per giorno, dei nostri figli affinché possano dare, a tempo opportuno, “il proprio frutto”

Domenica 23 marzo (III domenica di Quaresima) Jussara, Renata e Giovanni Solfrizzi (comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Milano, Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Luca (Lc 13,1-9)

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 13,1-9)

In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Il commento di Jussara, Renata e Giovanni

Il Vangelo di oggi ci presenta due situazioni a prima vista slegate fra loro, ma per le quali si può forse trovare una connessione.
Nella prima parte – un capitolo che nella Bibbia di Gerusalemme viene intitolato “Inviti provvidenziali alla penitenza” – Gesù prende spunto da un paio di episodi che oggi diremmo “di cronaca” per rivolgere ai suoi discepoli un energico invito alla conversione. Ma, prima ancora di questo, è forse utile osservare come la citazione di questi due fatti, che non trovano riscontro negli altri Vangeli, serve in primo luogo a sfatare un modo di sentire istintivamente umano, cioè la credenza che l’aver subito una malasorte, l’essere stati vittime di Pilato o del crollo della torre di Siloe, sia quasi la dimostrazione di una “colpevolezza” agli occhi di Dio. Gesù vuole anzitutto ricordarci che non c’è colpa nell’essere vittime di un malvagio o di una disgrazia.
Ma Gesù ci ammonisce anche che lanciare lo “stigma” su chi è, o soltanto appare, diverso da noi non vale a salvarci: Galilei noi e Galilei quelli massacrati da Pilato, abitanti di Gerusalemme noi e anche i diciotto uccisi dal crollo della torre di Siloe, ma non per questo noi siamo diversi da loro. Anzi, siamo destinati a perire nello stesso modo se non saremo capaci di convertirci.
La conversione è dunque offerta a tutti e, soprattutto, presuppone l’impegno individuale da parte di ciascuno di noi: certamente abbiamo bisogno del suo aiuto, ma è anzitutto il nostro atto di volontà che potrà farci fare il primo passo verso la salvezza.
Di seguito, nella parabola del fico sterile Gesù mette a confronto l’intransigente rigidità del padrone della vigna con l’atteggiamento paziente e comprensivo del vignaiolo. Possiamo anche immaginare che il vignaiolo sia un esperto del mestiere, mentre il padrone si preoccupa solo del proprio interesse economico: ha piantato un fico nella vigna, ma siccome non rende, anzi sfrutta il terreno, deve essere tagliato.
Quanto è diverso, invece, l’atteggiamento paziente e amorevole del vignaiolo: la dimostrazione che non solo avere pazienza ed offrire al fico una nuova opportunità, ma anche prendersene cura, coltivarlo giorno per giorno, è il modo di aiutarlo nella conversione, di spingerlo a voler fare il primo passo verso la salvezza.
Ecco il punto di contatto fra queste due parti del Vangelo in apparenza così slegate fra loro. Ed ecco, anche, il punto di contatto con le nostre storie di genitori accoglienti, adottivi e affidatari.
Ogni nostra famiglia, con la sua storia specifica, ha dovuto occuparsi di proteggere i propri figli dallo stigma di una vita cominciata male, con l’abbandono. Ha dovuto lottare contro la “condanna” che l’abbandono significa. Infine, ha voluto e dovuto con letizia e spirito positivo – San Paolo direbbe con “fede, speranza e carità” – prendersi cura giorno per giorno dei propri figli perché anche loro potessero convertirsi ed avere ancora una possibilità di dare frutto.

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