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Il Vangelo dell’accoglienza. In questo anno giubilare della speranza chiediamo che venga sanata la grande povertà dell’abbandono

Domenica 16 febbraio (VI domenica del tempo ordinario) Elena e Pasquale Salvemini (Gruppo famiglie, regione Puglia) commentano il passo del Vangelo secondo Luca (Lc 6,17.20-26)

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,17.20-26)

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

Il commento di Elena e Pasquale

Il vangelo di Luca ci propone il noto discorso delle beatitudini, pronunciato da Gesù dopo che sul monte aveva scelto gli apostoli, uno per uno. Sceso dal monte, Gesù si trovò di fronte a una numerosissima folla. Tutti volevano ascoltarlo, toccarlo, sentirlo vicino. Gesù, vedendo quella folla, non rimase insensibile e prese occasione per inaugurare una nuova fase della sua missione pronunciando uno dei discorsi più sconvolgenti, quello appunto delle beatitudini.
In Luca, a differenza di Matteo, è pronunciato in pianura, potremmo dire a livello della gente, di quella gente stanca, sfinita, malata, disperata. Le parole che Gesù pronuncia non sono astratte, le sue parole erano dirette a quei poveri, a quei malati, a quella gente che piangeva, a coloro che erano insultati e rifiutati, a chi mendicava una parola per sé… Ma la beatitudine non nasceva dalla condizione di miseria o di malattia in cui costoro versavano: sarebbe stato crudele dirlo. La beatitudine consisteva nel fatto che Dio aveva scelto di occuparsi di loro, prima che di altri. Se proprio si vuole trovare nei poveri un aspetto soggettivo che facilita la vicinanza di Dio, questo lo si può individuare nel desiderio maggiore che essi hanno di qualcuno che stia loro vicino. Chi è ricco e sazio, chi riceve solo lodi, difficilmente attende un cambiamento radicale della propria vita, difficilmente sente il proprio limite e la radicale debolezza. È facile che pensi di non aver bisogno di nessuno. Lo sappiamo bene per esperienza personale.
Il vangelo, perciò, con un procedimento a contrasto, aggiunge ai quattro «beati voi», altri quattro «guai a voi»: guai a voi ricchi, guai a voi sazi, guai a voi che ora ridete, guai a voi quando tutti vi diranno bene. «Guai», perché in questi momenti è più facile sentirsi autosufficienti e per nulla bisognosi, neppure di Dio. Il ricco, che è in ognuno di noi, rischia di essere talmente ripiegato su di sé da restarne imprigionato. «Guai a noi», quando lasciamo prevalere il ricco che è in noi. Gesù non vuole esaltare la povertà in se stessa e neppure condannare la ricchezza in se stessa. La salvezza, non dipende dal proprio stato, ma nel sentirsi, o meglio nell’essere, figlio di Dio.
“Guai a voi” è rivolto a tutti noi genitori adottivi che, spesso, dopo aver concluso il nostro iter di accoglienza, ci facciamo prendere dai nostri impegni, dalle nostre esigenze dimenticandoci di chi è ancora in istituto, di chi vive la povertà dell’essere solo, di chi ha perso la speranza di diventare figlio.
In questo anno giubilare della speranza chiediamo che venga sanata la povertà dell’abbandono; sì, anche l’abbandono è una grande povertà e tutti noi siamo chiamati a farci portavoce di questa povertà donando speranza. Come Gesù non lascia da solo nessuno, non lasciamo da solo chi ancora non conosce la gioia di una famiglia.

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