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Accogliere sempre di più il Signore nelle fragilità dei nostri figli accolti

Domenica 17 novembre (XXXIII domenica del Tempo Ordinario) Jussara, Renata e Giovanni Solfrizzi (comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Milano, Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Marco (Mc 13,24-32)

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 13,24-32)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

Il commento di Jussara, Renata e Giovanni

A prima vista, le parole dell’evangelista Marco mettono inquietudine, evocano scenari apocalittici, tanto più che – se ci fermiamo un attimo a osservare con gli occhi dei nostri tempi – non sono così lontani dalla nostra attualità: basti pensare a tutte le guerre che ancora devastano il mondo, e ci vengono subito in mente gli orrori di quelle più vicine a noi, alle migrazioni con tutto il loro carico di umanità disperata, alle catastrofi naturali che vediamo accadere anche per mancanza di attenzione dell’uomo alla natura, alle ingiustizie, alla corsa all’arricchimento sempre più grande dei potenti del mondo… ecco, allora, che gli idoli di un tempo – il sole, la luna e le stelle – si possono assimilare a quelli del nostro tempo.
Ma non possiamo fermarci qui nella lettura, vogliamo anche aprire gli occhi per riconoscere che proprio qui sta la Buona Notizia: non appena riusciamo a renderci conto di quanto sia distruttivo rincorrere il male, comprendiamo che solo la potenza e la gloria dell’arrivo di Gesù – che ci prepariamo ad accogliere e riscoprire nuovamente nel prossimo Natale – possono salvarci.
E, umanamente, ci chiediamo: «Sì, ma come?»
Provando a guardare meglio dentro tutti questi eventi, possiamo vedere che dentro un disastro c’è sempre una rinascita: con l’aiuto del Signore possiamo sempre far rinascere il bene. Una prospettiva che ben si sposa con il tema dell’ormai prossimo Giubileo: Gesù ama la Speranza e non la paura!
Ci piace pensare, magari con un po’ di presunzione, che forse tra quelli che Gesù raduna dai quattro venti e dall’estremità della terra ci possiamo essere anche noi con i nostri figli, loro stessi donatici e arrivati dalle varie estremità della terra. Anche a noi spetta il compito di comprendere che siamo chiamati a “sistemare” questo nostro povero mondo, cominciando con l’accogliere sempre di più il Signore nelle fragilità dei nostri figli accolti, nel cercare di “convincere” i potenti che anche i bambini e i ragazzi figli di chi scappa dalle guerre e dalle ingiustizie meritano di essere accolti insieme alle loro famiglie per ritrovare la Speranza di una vita di vera pace.
Per farci capire meglio, Gesù ci porta vicino al fico che germoglia: durante l’inverno sembra morto, ma appena il calore della primavera ammorbidisce i suoi rami e spuntano le prime foglie, possiamo comprendere che come la nuova linfa del fico lo induce a germogliare e dare nuovi frutti, così anche noi, con la linfa della Parola di Dio, possiamo continuare a dare nuovi frutti di vita, possiamo mostrare al mondo intristito dalle guerre che accogliere nel nome di Gesù è la cosa più bella, ci fa germogliare la speranza.
Per noi, che abitiamo il rito ambrosiano, oggi inizia l’Avvento: cerchiamo di vivere l’attesa con gli occhi della speranza e cerchiamo di sentire la linfa che ci pervade per ricominciare a far germogliare l’amore di Dio dentro e fuori di noi.
Da qualche parte ho letto: “Le cose belle non vanno cercate, vanno attese!”
Viviamo l’Attesa senza affannarci nella ricerca, ma abbracciando la Speranza.

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