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Nell’accoglienza di un bambino in affido familiare, risplende lo sguardo di Gesù, capace di amare senza giudicare

Domenica 10 novembre (XXXII domenica del Tempo Ordinario) Cristina e Claudio Cafarelli (Gruppo famiglie Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Marco (Mc 12,41-44)

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 12,41-44)

In quel tempo, Gesù, seduto di fronte al tesoro [nel tempio], osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Il commento di Cristina e Claudio

Questa pagina è per noi una di quelle che più ci mettono in crisi…
Ci stiamo impegnando abbastanza? Stiamo consegnando tutto nelle mani del Signore, fidandoci davvero di lui? Oppure stiamo dando anche noi solo il “superfluo”, perché alla fine preferiamo poter dire che non abbiamo bisogno di nessuno e che è bene pensare prima a noi stessi?
Sono un po’ le stesse domande che ci siamo posti, dopo sposati, quando ci siamo aperti alla vita. Il primo figlio è arrivato presto, la seconda ci ha messo un po’ e poi…
Nel frattempo, ci siamo domandati se stavamo “facendo abbastanza”; sentivamo che l’adozione a distanza che avevamo avviato e le varie donazioni a diverse associazioni non erano abbastanza, erano solo il superfluo: alla fine, non ci mancava (né manca) nulla. Forse potevamo aumentare gli importi delle donazioni? E fino a che punto? A dirla tutta, non sentivamo neanche di voler donare “tutto”, anche perché (ci dicevamo) “non abbiamo fatto dono di povertà”.
Il tempo passava e continuavamo a chiederci cosa avessimo ancora da donare, come poter dare “tutto”, un tutto che fosse coerente con le nostre scelte di vita: come poter donare noi stessi?
E, allora, dopo averci pensato tante volte, dopo aver respinto l’idea tante volte, dopo, dopo, dopo… ci siamo decisi e ci siamo avvicinati all’affido, consapevoli che da soli non ce l’avremmo mai fatta e che questo era un modo, il nostro modo, per fidarci davvero del Signore: affidarci a lui e lasciare che lui si occupasse di qualcuno attraverso di noi.
È stata una decisione che ci ha evidentemente cambiato la vita: avevamo 3 figli e non più 2. È stata una decisione che ringraziamo di aver fatto e che rifaremmo (e magari, chissà, rifaremo). È un’esperienza che ci ha insegnato e ci insegna ogni giorno ad affidarci, a mettere la nostra vita nelle mani del Signore, perché ogni giorno insieme è donato, come dovrebbe essere sempre: noi abbiamo il “vantaggio” che ne facciamo esperienza concreta e pratica, perché non si sa se e quando il giudice deciderà di programmare il rientro nella famiglia biologica.
Per fortuna, questa pagina ha anche un altro aspetto che oggi ci colpisce: lo sguardo di Gesù, uno sguardo che va oltre le apparenze, che guarda in profondità nel cuore delle persone.
È lo sguardo che anche noi siamo invitati ad avere nei confronti degli altri, anche di quei genitori che hanno generato figli, che – per un motivo o per un altro – non stanno più con loro e che restano e resteranno per sempre – come del resto noi – i loro genitori. Uno sguardo capace di andare al di là delle apparenze, che sia in grado di amare anche loro, come figli dello stesso Padre, come fratelli.
Uno sguardo che non giudichi, perché nell’amore non c’è giudizio.

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