Domenica 22 settembre (XXV domenica del Tempo Ordinario) Cristina e Paolo Pellini (comunità La Pietra Scartata, Diocesi di Milano, Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Marco (Mc 9,30-37)

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 9,30-37)
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
Il commento di Cristina e Paolo
Gesù è in Galilea. Mentre parla ai discepoli e cerca di far capire loro quello che gli dovrà succedere per la salvezza degli uomini (passione, morte e risurrezione), i discepoli stessi non riescono a fare di meglio che esercitarsi a stabilire chi sia il più grande tra di loro, forse il più stimato da Gesù. Che abisso tra la prospettiva di Cristo e quella dei poveri uomini che lo seguivano. Poveri uomini come noi che, pur essendo stati fatti oggetto di quel dono mirabile dello Spirito Santo che ci è stato guadagnato da Gesù con il suo sacrificio, a volte ci perdiamo completamente per vie lontane dalla verità.
Gesù qui ci richiama all’essenziale affermando che con una parola si può riassumere tutto il suo insegnamento: servire, “se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. Così come Gesù ha fatto, dice di agli apostoli di fare. È verso l’umiltà e lo spirito di servizio che ci spinge il Maestro. Per esemplificare questo, Gesù prende un bambino, lo mette al centro del gruppo e lo abbraccia. Questo gesto parla molto al cuore, e in modo diretto, a quanti hanno sperimentato, o desiderano farlo, l’accoglienza di un bambino abbandonato: il bambino al centro in un abbraccio. Questa è la vera accoglienza, quella in cui gli adulti sono servi di ogni bambino che non sia figlio perché lo diventi.
L’accoglienza di un figlio inserisce in una meravigliosa dinamica trinitaria. Lo afferma Gesù stesso: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Lo Spirito Santo anima il desiderio di accogliere questi piccoli che sono dono che Cristo fa di se stesso. Pensiero questo da vertigini, ma che dovrebbe farci guardare a ogni bambino, soprattutto se in difficoltà, con lo sguardo di chi è in presenza di Cristo, purtroppo a volte in croce mentre grida il suo dolore.
Ma quel dolore redento dall’accoglienza può divenire affidamento se un padre e una madre si fanno servi.
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