Domenica 7 aprile (II domenica di Pasqua o della Divina Misericordia). Cristina Riccardi e Paolo Pellini (comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Milano, Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome

Il commento di Cristina e Paolo
È la sera del primo giorno di Pasqua. Gesù è risorto da poche ore e si manifesta quasi con urgenza ai discepoli, che, chiusi dentro un “appartamento”, si sono appartati per timore di coloro che avevano ucciso il loro maestro, i giudei. Misteriosamente, Gesù attraversa i muri col suo corpo. Corpo che porta, freschi, i segni della passione. La prima cosa che Gesù dice ai discepoli è “Pace a voi”. Gesù porta la pace per la quale si è sottoposto alla sua terribile passione. Poi alita sui discepoli. Gesù invia lo Spirito Santo su di loro. È questo il misterioso disegno del Padre: che solo dopo i patimenti del Figlio, agli uomini sia inviato lo Spirito Santo, che scenderà poi sui discepoli in tutto la sua pienezza nel giorno di Pentecoste, dopo che il Signore, in carne e ossa si sarà allontanato da loro per unirsi al Padre. Nel disegno divino, finché il Signore sarebbe stato con loro, lo Spirito non avrebbe potuto scendere in pienezza.
Lo Spirito che è in noi, quindi, è stato anche acquistato da Gesù con il suo sangue e con le sue indicibili sofferenze sulla croce.
Otto giorni dopo, ed è ancora di domenica, giorno in cui i cristiani celebreranno l’eucaristia, Gesù torna e dice: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”.
È la fede: credere senza vedere, affidarsi, perché qualcuno ha annunciato a noi attraverso opere e parole il Vangelo.
Lo Spirito e la fede: sono questi le profonde leve che possono spingere coppie e famiglie ad aprirsi all’adozione e all’affido.
L’accoglienza è un atto di fede profonda, che sia per sempre o per un po’. Un figlio è tale se si crede, nello Spirito, di essere suoi genitori. Cosa non scontata nemmeno nel generare nella carne un figlio. È ciò che permette il compiersi della salvezza nella pace di Cristo per ogni figlio.
La fede permette di vedere in un bambino abbandonato o in grave difficoltà il Signore stesso, abbandonato e in difficoltà: “E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me” (Mt 18,5).
La fede stravolge il senso dell’essere genitore. Un figlio non è mai un altro me, un figlio è il Signore che viene a me e per me. Per questo va accolto, curato, rispettato, trattato come dono prezioso da valorizzare.
Lo Spirito è forza, perseveranza, testardaggine di accogliere quel bambino ogni giorno anche quando la strada diventa in salita. Anche quando è molto difficile riconoscere nella sua passione la passione di Cristo. Ma è anche vero che, come Tommaso, mettere mano nelle sofferenze di un figlio che ha patito un abbandono ci permette di mettere mano nelle piaghe di Cristo, nelle ferite di una sofferenza ingiusta, innocente. Quindi ci permette di credere.
Vi preghiamo, Padre e Figlio, che inviate lo Spirito nei nostri cuori, fate sì che lo Spirito sia abbondante in noi e ci spinga a fare cose grandi nell’interesse dei minori meno fortunati.
Santa Trinità, ti preghiamo, che la nostra fede possa anche vacillare ma non ci abbandoni mai. Senza la fede le nostre vite perdono di significato e appassiscono. Amen.
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