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Un figlio lo avevamo già e forse non era necessario infilarsi in quell’impresa che sembrava più grande di noi

Dopo la scelta del Paese e la preparazione dei documenti necessari, capimmo che il canale di adozioni in Cina era diventato special needs, per cui ci sarebbe stato un problema sanitario da affrontare

Sono trascorsi ben undici anni dal nostro incontro in Cina con Giorgio Zhou, quello che sarebbe diventato nostro figlio. Siamo partiti con Matteo, il primogenito che all’epoca aveva nove anni. Il percorso che ci ha portati a questa seconda genitorialità è stato molto intenso, pieno di timori. La Cina fu il paese che Ai.Bi. ci propose e che era ben lontano dal nostro immaginario: secondo l’Associazione era adatto al nostro caso in quanto il viaggio era facilmente praticabile con Matteo.
La fortuna ha voluto, poi, anche che Matteo affrontasse questa esperienza con altri due primogeniti che andavano a incontrare i loro fratelli cinesi (Rithy, che andava a incontrare Min e Orgil, che andava a incontrare Sunjie).

Tanti timori spazzati via da un incontro

Dopo la scelta del Paese e la preparazione dei documenti necessari, capimmo che il canale di adozioni in Cina era diventato special needs, per cui ci sarebbe stato un problema sanitario da affrontare. Nel nostro caso di trattò della labiopalatoschisi parzialmente operata. Inutile dire che anche questo fu per noi motivo di grande preoccupazione: “Mangerà? Quando rientreremo in Italia dovrà essere subito operato? Come faremo?”… I nostri timori furono parzialmente placati dalla conoscenza di un bimbo cinese adottato tramite Ai.Bi., di nome Luca, che era arrivato da poco con la stessa problematica e che avemmo modo di incontrare. Infatti, oltre a vedere un bimbo sveglio… fu evidente l’assenza di problemi quando si divorò i pasticcini che gli avevamo portato.
Partimmo nel mese di maggio del 2012, molto agitati e coscienti di stare per vivere un’esperienza unica. I nostri genitori, nonni di Matteo e di lì a poco nonni anche di Giorgio, avevano seguito il nostro percorso con grande preoccupazione e anche una malcelata idea che, alla fine, un figlio lo avevamo già e forse non era necessario infilarsi in quell’impresa che sembrava più grande di noi. Arrivati in Cina conoscemmo le due famiglie con cui avremmo affrontato quell’esperienza e alle quali, oggi, ci stringe un’amicizia fraterna.
La notte prima dell’incontro con Giorgio fu una notte di puro “travaglio”: le preoccupazioni uscirono tutte fuori in modo prepotente. Matteo, che fino a quel momento era stato ansioso e gioioso all’idea di avere un fratello, ebbe tutti i ripensamenti del mondo e li espresse di getto, senza alcun filtro. Io ero entrata in uno stato d’ansia tale da pensare che se avessi avuto una via di fuga, l’avrei percorsa volentieri. Seppure insonni e rigirandoci nel letto, alla fine la notte passò e il mattino dopo ci recammo presso l’ufficio provinciale dove avvenne l’incontro con nostro figlio. C’erano tante famiglie di vari Paesi, tutte insieme a vivere quella situazione surreale in cui entravano tate a distribuire bambini senza molti convenevoli. La nostra guida che traduceva dal cinese ci aiutò un po’ in quel caos. Tornati in albergo, ci trovammo di fronte ad alcuni adempimenti burocratici, ma lo stato di totale ansia si sciolse pian piano nei giorni successivi. Giorgio iniziò a fidarsi e a relazionarsi con Matteo, in primis, poi anche con noi. Il resto del viaggio trascorse in discesa e il rientro a Roma fu una grande festa. I nostri genitori ci accolsero felici e i timori, dopo pochi giorni di conoscenza con Giorgio, sparirono.
Potremmo raccontare tanto e tanto ancora di questa esperienza, ma concludiamo dicendo che il dono di entrambi i nostri figli è stato prezioso, sofferto ma impagabile.

Francesca ed Enrico

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