Mercoledì 24 giugno (solennità della natività di san Giovanni battista) Cristina e Claudio Cafarelli (Gruppo Famiglie Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Luca.
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,57-66.80)
Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Il commento di Cristina e Claudio
“Che sarà mai questo bambino” arrivato quando ormai nessuno se lo aspettava (dato che Elisabetta partorisce in età avanzata)?
Una sorpresa da accogliere, non un progetto da realizzare
Nel mondo di oggi, del tutto e subito, quanto è ancora più difficile stare ai tempi del Signore? Guardare ai nostri figli come una sorpresa da accogliere e non un progetto da realizzare?
“Che sarà mai questo bambino” che sin da subito si presenta come una novità (dato che “si chiamerà Giovanni”, fuori dalla tradizione)?
Quanto è difficile guardare ai nostri figli come creatura unica e irripetibile? Come “altro” rispetto alla nostra storia familiare, oltre che alle nostre aspettative e desideri ingabbianti?
Creature uniche, perché i figli non ci appartengono
Tutte queste domande ci portano inesorabilmente a ricordare che i nostri figli non ci appartengono. Sì, lo so che lo sappiamo: da quando la schiavitù è stata abolita, sappiamo tutti che i nostri figli non sono di nostra proprietà. Eppure, quando mi sorprendo in certi miei atteggiamenti, il dubbio mi viene. A voi non capita mai di rendervi conto che state imponendo la vostra volontà sulla libertà di un altro? Sì, certo: è per il loro bene. Come se noi sapessimo qual è il loro bene e, soprattutto, come se potessimo influenzarlo.
Custodi di una promessa in ascolto
Forse dovremmo ricordarci che anche noi siamo creatura. Anche noi siamo stati figli (e lo siamo). E allora, accettiamo di essere “custodi di una promessa”.
Accettiamo di essere anche noi chiamati a crescere e cambiare con loro, proprio come Zaccaria che, quando riconosce l’identità di Giovanni, riacquista la voce, quasi a dirci che solo quando io genitore smetto di imporre la mia volontà e inizio ad ascoltare, ritrovo la “voce”.
“Che sarà mai questo bambino?”
Accettiamo di tenere aperta questa domanda, a non chiuderla troppo presto perché il futuro dei nostri figli non è scritto da noi: sono loro che lo scriveranno e noi siamo chiamati a star loro vicini.
Cristina e Claudio Cafarelli
(Gruppo Famiglie Ai.Bi. Regione Lombardia)
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