Il desiderio di genitorialità e le sfide della sterilità affrontate da Giulia e Marco che ci parlano di come l’amore abbia guidato i loro passi verso l’adozione.
Proponiamo la testimonianza di Giulia e Marco i quali, coi figli Federica, Monica e Giacomo, raccontano la propria esperienza di accoglienza; il loro contributo viene pubblicato in due distinte parti di cui questa è la prima.
Il sogno di una famiglia numerosa
Questa è la storia della nostra famiglia: siamo Marco e Giulia, cinquant’anni entrambi, insieme ai nostri tre figli adottivi, Federica, Monica e Giacomo, che oggi hanno rispettivamente 20, 18 e 15 anni.
Ci siamo incontrati per la prima volta presso la Facoltà di medicina dell’Università di Perugia nel 1976. Da quel giorno è iniziata la nostra storia d’amore. Sin dai tempi del nostro fidanzamento, abbiamo condiviso il sogno di una famiglia numerosa. Nel 1981 ci siamo laureati e nel 1982 ci siamo sposati, nonostante non avessimo ancora un lavoro “sicuro”.
L’attesa e la speranza nelle terapie
Dopo due anni di attesa dell’arrivo di un figlio, abbiamo deciso di fare qualche indagine ed essendo entrambi medici riponevamo grande fiducia nella scienza e nella sua capacità di risolvere ogni problema.
Giulia è stata la prima a sottoporsi agli esami. Non emersero anomalie tali da impedire una gravidanza; allora, le indagini si focalizzarono su Marco al quale venne riscontrata una ipofertilità: gli spermatozoi risultarono ridotti in quantità e poco mobili.
Sembrò che il problema potesse essere causato da un varicocele per cui Marco si sottopose ad un intervento chirurgico che, però, non cambiò la situazione.
Una speranza tradita
I figli continuarono a non arrivare; i rapporti intimi diventarono programmati allo scopo di trovare il periodo di maggior fertilità e, quindi, persero di spontaneità e diventarono freddi e stressanti.
Così decidemmo di rivolgerci ad un ginecologo che si occupava di sterilità. La sua tecnica, quasi sperimentale, doveva servire ad aumentare la motilità degli spermatozoi. Questi tentativi di inseminazione intrauterina furono per me molto dolorosi.
Tutto ciò continuò per diversi mesi nella speranza di poter avere quel figlio che, all’epoca, volevamo fosse davvero “nostro”, somigliasse a noi.
Rabbia, delusione, sconforto
Fallita questa strada, ci rivolgemmo ad un centro per la fecondazione assistita. Provammo con la GIFT (fecondazione omologa intrauterina), ma senza successo. Decidemmo, allora, di non riprovare perché in quel luogo l’incontro con altre coppie sterili che continuavano inutilmente ad insistere ci fece capire che era arrivato per noi il momento di fermarci. Quella sperimentazione sui nostri corpi andava oltre la reale possibilità di avere “a tutti i costi” un figlio biologico. Quelli che seguirono a questa decisione (presa di comune accordo, come ogni altra, a conferma del fatto che il nostro rapporto non fu mai messo in discussione, anzi la sofferenza ci unì ancora di più) furono mesi difficili, dolorosi: ci fu rabbia, delusione, sconforto. Ci sentimmo abbandonati da Dio, traditi da Dio.
Esaurita la speranza, ci siamo aperti all’adozione
Privi di speranza, improvvisamente, cominciammo a pensare all’adozione. Questa strada nacque dall’incontro con un sacerdote che ci propose di diventare genitori mediante l’accoglienza di un figlio abbandonato.
Marco fu il primo a dire di “sì” (forse la sua maggior apertura all’accoglienza deriva dall’avere vissuta in una famiglia allargata); Giulia, invece, incontrò ancora tanti dubbi da risolvere. Per riuscirci iniziò a raccogliere informazioni, a frequentare famiglie adottive, ponendosi tanti interrogativi, soprattutto riguardo il colore della pelle, l’età, i problemi di salute che avrebbe potuto avere nostro figlio. Nell’immaginario di Giulia c’era ancora un neonato che somigliasse a noi.
Questi interrogativi Giulia li ha superati partecipando ad un incontro formativo proposto dall’associazione Amici dei Bambini; l’incontro con famiglie adottive e la presenza dei figli provenienti da diversi paesi e di età diverse, ci ha fatto capire che l’adozione non era il desiderio di avere un figlio, ma la disponibilità ad aprire la nostra famiglia all’accoglienza di un bambino abbandonato, indipendentemente dall’età, dal paese di provenienza.
(fine prima parte – prosegue)
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