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Il Vangelo dell’Accoglienza. Quando un figlio è erede di speranza

Domenica 15 marzo (IV domenica di Quaresima) Vilma e Sergio Barel (Gruppo famiglie, Regione Friuli Venezia Giulia) commentano il passo del Vangelo secondo Giovanni (Gv 9,1.6-9.13-17.34-38)

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 9,1.6-9.13-17.34-38)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.

Il commento di Vilma e Sergio

Il vangelo di Giovanni ci porta a varie riflessioni. La prima ci invita a guardare oltre la “colpa”.

Davanti al cieco, i discepoli cercano una colpa: “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?”. Gesù rompe questo schema. Non guarda al passato o alla causa del male, ma al futuro: quell’uomo è lì perché in lui siano manifestate le opere di Dio.

Come genitori adottivi, spesso sentiamo il peso del giudizio del mondo sulla storia dei nostri figli: “chissà cosa avrà passato”; “chissà che ereditarietà ha”. È lo sguardo che cerca il “peccato” o il trauma. Noi, invece, siamo chiamati allo sguardo di Gesù: non guardiamo al “perché” dell’abbandono, ma al “per chi” quel bambino è oggi. Nostro figlio non è un “caso clinico” o una vittima del destino, ma il soggetto per il quale Dio compie il miracolo della rinascita familiare.

la rinascita familiare parte dal “fango”. Gesù usa gli elementi della terra per fare il miracolo, richiamando la creazione di Adamo. Il miracolo richiede un contatto fisico, un “impastarsi” con la fragilità dell’altro. L’adozione non è un atto astratto o solo burocratico; è “mettere le mani nel fango”. Significa impastare la nostra vita con quella di un figlio che ha ferite aperte. Significa sporcarsi con le fatiche dell’inserimento, con i pianti inconsolabili, con la pazienza dei piccoli passi.

Ma è proprio in quel “fango” – nel contatto quotidiano e carnale tra noi e loro – che avviene la rinascita. Quel fango, sotto le mani dell’amore, diventa la medicina che permette al bambino di iniziare a vedere il mondo non più come un pericolo, ma come una casa.

Il miracolo è così profondo che la gente non riconosce più l’uomo cieco di prima. La guarigione gli ha dato una dignità tale da confondere chi lo ricordava solo come un “mendicante”.

Questa è la metamorfosi che contempliamo nelle nostre case. Il mondo vedeva una “Pietra Scartata”, un numero in un istituto, un minore in stato di abbandono che “chiedeva l’elemosina” di un po’ di affetto. Dopo l’incontro con la famiglia, quel bambino cambia volto. Diventa un figlio, un fratello, un nipote. Spesso parenti e amici restano stupiti: “Ma è lo stesso bambino che abbiamo visto nelle foto segnaletiche del dossier?”. Sì, è lui, ma la luce dell’appartenenza lo ha trasfigurato.

Non è più un mendicante di amore, è un erede di speranza.

Ma l’uomo guarito viene espulso dalla sinagoga, dai sistemi sicuri. Ma proprio quando è di nuovo “solo” e scartato dal sistema, Gesù lo va a cercare appositamente.

I nostri figli portano il segno di una prima, terribile “espulsione”: l’abbandono. Il sistema li aveva messi fuori. Ma la spiritualità dell’adozione ci dice che noi possiamo essere le gambe e il cuore di Gesù che va a riprendere chi è stato cacciato fuori. Quando il mondo o le istituzioni dicono “non c’è più nulla da fare” o “è troppo difficile”, noi siamo lì a dire: “Io credo in te”. E in quell’incontro, che avviene nel segreto delle nostre mura domestiche, si compie il vero miracolo: il figlio riconosce il genitore e, insieme, riconosciamo Dio come Padre di tutti.

Ogni giorno siamo, quindi, chiamati a guardare nostro figlio, non per cercate di capire “perché era cieco” (il suo passato), ma per ringraziare Dio perché oggi, attraverso di lui, possiamo vedere quanto è grande la sua opera nella vostra vita.

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