Domenica 1 marzo (II domenica di Quaresima) Laura e Fabio Bassi (Gruppo famiglie Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Matteo (Mt 17,1-9)
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 17,1-9)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».
Il commento di Laura e Fabio
Questo brano di Vangelo segue l’annuncio di Gesù ai discepoli: una volta giunto a Gerusalemme avrebbe sofferto, sarebbe stato messo a morte per poi risorgere. Sei giorni dopo questa dolorosa rivelazione, Gesù porta Pietro, Giacomo e Giovanni su un alto monte dove avviene la Trasfigurazione di Gesù e compaiono Mosè ed Elia in un’atmosfera serena e rassicurante a tal punto che Pietro propone di fare tre tende affinché i tre profeti possano rimanere in loro presenza.
Innanzitutto, vorremmo soffermarci sul luogo, su quel “alto monte, in disparte”, dove Gesù porta i tre discepoli e viene condivisa la gloria di Dio mentre permane il dolore per l’imminente dipartita di Gesù dal mondo terreno. Così l’inizio di un affidamento rappresenta per un bambino un momento di stacco traumatico, ma necessario, dalla sua quotidianità difficile, dalla sofferenza, da un vissuto faticoso. La nostra famiglia affidataria ha rappresentato, per ogni bimbo o bimba accolti, il “monte” dove ricevere una luce che li facesse risplendere e permettesse loro di raggiungere una serenità mai sperimentata prima o che non avrebbero potuto avere nelle loro famiglie.
Segue l’esclamazione di Pietro “Signore, è bello per noi restare qui…”. Pietro, infatti, trovandosi davanti a tanta bellezza, propone di costruire capanne per far durare quel momento e continuare a permanere in quella situazione di benessere.
Come per Pietro, anche noi genitori affidatari vorremmo che la ritrovata serenità del bambino accolto non finisca. E per aiutarlo gli costruiamo una “capanna” fatta di luoghi, di relazioni, di affetti. E vorremmo poter essere certi che quel luogo sicuro sia sempre lì per loro, che quella luce e quella sensazione di benessere non li lasci più. Ma l’affido, per come è pensato, è un ponte, non una destinazione finale. La “capanna”; è una protezione necessaria, ma il più delle volte temporanea perché il viaggio non è ancora compiuto. E anche laddove il bambino rimarrà molto tempo in affido, noi rappresentiamo comunque coloro che li accompagnano per un tratto di strada finché troveranno la propria, finché non si compirà per loro la volontà di Dio.
E questo non vale solo per i figli affidati, ma anche per quelli adottati o generati. Perché ognuno dei nostri figli ha un cammino da seguire e a noi spetta di accompagnarli e rassicurarli che qualunque cosa accadrà noi saremo sempre quella “capanna” dove potranno tornare e sentirsi sicuri.
E, infatti, al versetto 9 si legge “Mentre scendevano dal monte …”. Diversamente da come avrebbe auspicato Pietro, Gesù non permette loro di restare sul monte. La loro missione è tornare tra la gente, alla vita terrena e affrontarne le fatiche. Ed è anche la missione di noi affidatari perché l’accoglienza affidataria ha come fine ultimo – quando possibile – il ritorno in famiglia o l’adozione (quasi sempre da parte di altri) o comunque l’accompagnare il bambino a diventare un adulto indipendente.
Certo è che l’amore e la cura ricevuti da noi affidatari durante la permanenza sul “monte” serve ad affrontare la vita avvolti da una luce diversa.
Ed è proprio nel momento in cui avviene il passaggio, proprio quando i bambini che ci erano stati affidati ci lasciano che dobbiamo fare nostre le parole di Gesù “Alzatevi e non temete”. La nostra forza permetterà al bambino di affrontare ciò che verrà consapevole che lasciarli andare non rappresenta un abbandono, ma un dono d’amore
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