Domenica 22 febbraio (prima domenica di Quaresima) Cristina e Paolo Pellini (comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Milano, Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Matteo (Mt 4,1-11)
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 4,1-11)
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
Il commento di Cristina e Paolo
Matteo descrive un episodio della vita di Gesù, riferito da Gesù stesso agli apostoli.
Il Vangelo delle tentazioni ci porta nel luogo più spoglio e più vero dell’esistenza: il deserto. È lo Spirito a condurvi Gesù, sapendo che lì il Figlio sarebbe stato tentato. È sorprendente: Dio non evita la prova, ma la attraversa. La Santa Trinità si espone all’attacco del divisore, rivelando che il male può essere affrontato e vinto senza paura.
Gesù vive una triplice tentazione che è la stessa dell’umanità intera: trasformare tutto in consumo, manipolare Dio per i nostri scopi, fare del potere il proprio dio. E a ciascuna Gesù risponde con la libertà radicata nella fiducia filiale, nella scelta di un unico Signore.
Questa pagina evangelica parla profondamente anche a noi che viviamo l’accoglienza come genitori adottivi, affidatari o famiglie in discernimento.
I figli che ci vengono affidati arrivano spesso da un “deserto”: prove, ferite, mancanze, attese tradite. La tentazione che ci sfiora, talvolta, è quella di pensare di poter risolvere tutto con le nostre sole forze, come se trasformare le pietre in pane bastasse a guarire le loro storie. Altre volte vorremmo chiedere a Dio un segno immediato, una garanzia che il cammino andrà come speriamo. Oppure rischiamo di misurare l’amore con l’efficacia, lasciandoci sedurre dal bisogno di avere tutto sotto controllo.
Gesù ci indica una strada diversa. Ci invita, anzitutto, a nutrirci della Parola, perché soltanto chi ascolta con umiltà può accogliere davvero. Ci chiede poi di rispettare i tempi di Dio, tempi che non rispondono ai nostri criteri di rapidità o successo, ma che fanno germogliare la vita là dove noi non vediamo ancora nulla. Infine, ci ricorda che la logica del potere non ha spazio nel Vangelo: ciò che libera è la scelta quotidiana di un amore che non compra, non pretende, non possiede.
Accogliere un figlio in affido o in adozione significa entrare nel suo deserto senza paura, con passo leggero e cuore presente.
Significa ascoltare ciò che non può ancora essere detto, accompagnare senza pretendere risultati immediati, testimoniare che l’amore resta, sostiene, attende. E se sapremo educare tutti i figli che la vita ci affida a distinguere il bene dal male, a riconoscere la presenza del Padre nel quotidiano, a vivere nella gratitudine e nella fiducia, allora la nostra presenza accanto a loro non sarà stata vana.
Insieme impareremo che la libertà nasce non dall’assenza di prove, ma dalla certezza di essere amati dentro ogni prova.
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