Gesù invita ad “andare a lui” quando la propria vita attraversa momenti difficili. È un’esortazione ad accettare le difficoltà e ad affidarsi a Dio, trovando in questo rapporto di affidamento, amore e fiducia, la vera libertà
“Venite a me”. Questo è l’invito di Gesù rivolto a tutti. Un invito che, però, è completato da diverse parole che, nel corso del Vangelo, indicano come questo non sia rivolto a chi ha tutto sotto controllo, quanto piuttosto a chi è “affaticato e oppresso”, a chi vive particolari difficoltà, a coloro i quali la vita sembra sfuggire dalla mani.
L’invito di Gesù, quindi, è di affidarsi a lui allontanandosi, nel contempo, dai nostri pensieri stagnanti, dai dubbi, dalle difficoltà quotidiane. Dobbiamo semplicemente avvicinarci a lui, con la nostra impotenza e i nostri bisogni.
Una scelta di umiltà
È, questo, anche un atto di umiltà, vera chiave di volta – diceva San Tommaso d’Aquino – per rendere “l’uomo capace di Dio”.
Anche San Ambrogio riflette su questa umiltà: “Gesù non ha detto: imparate da me perché sono potente; perché sono glorioso. Ha detto: imparate da me perché sono umile, perché questo è qualcosa che possiamo imitare”.
Non la forza, dunque, non la potenza, ma l’umiltà e la mitezza, che sono lo specchio della disponibilità nei confronti degli altri; l’apertura non solo verso ciò che essi sono, ma anche verso ciò che potrebbero essere.
La dolcezza è ciò che permette di accettare la nostra condizione umana e di elevarcene al di sopra.
La stessa espressione utilizzata da Gesù quando invita a prendere su di sé il proprio “giogo”, indica la promessa di una unità: giogo, infatti, condivide la stessa radice di coniuge, a sottolineare un legame d’amore che porta alla massima realizzazione e fecondità personale.
Il giogo, però, non può essere imposto, ma va, appunto, “assunto liberamente su di sé”. È un giogo che va desiderato e accettato con un atto di volontà libera. È una “sottomissione” che in realtà permette di rimanere liberi. Anche perché, come dice San Bernardo, quando Dio ci ricolma con le sue tenere misericordie, siamo “tanto sopraffatti… che non possiamo sentire nessun altro peso”.
[fonte: aleteia.org]
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