L'adozione non cancella la paura, ma la accoglie finché non si trasforma in fiducia nel legame d’amore familiare.
Noi non abbiamo sotto il nostro sguardo le fattezze fisiche di Gesù, ma abbiamo, ben più preziosa, la sua rivelazione, rivolta anche a tutti coloro che non lo hanno incontrato di persona: “beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!"
È un grande guadagno l’abbandono in Dio: stabilisce un rapporto di figliolanza piena, autentica; genera un atteggiamento di profonda libertà, senza confondersi con il quietismo e la pigrizia. Esprime la dimensione di una povertà, che non lascia vivere nel cuore sentimenti vani di egoismo, per affidarsi alle mani provvide di Colui che rivela la propria presenza salvifica sempre, nelle piccole o grandi cose del quotidiano.
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Adottare significa spesso scegliere di amare prima ancora di essere riconosciuti; accogliere qualcuno non perché “appartiene” già alla propria vita, ma perché si desidera che quella vita possa finalmente sentirsi amata, custodita, nutrita..
Un figlio adottivo porta con sé le ferite del suo passato. Accoglierlo non significa pensare che quelle cicatrici spariscano, ma vuol dire riconoscerle come parte integrante della sua identità.
L'adozione richiede il coraggio di andare oltre il pensiero comune, i pregiudizi, i commenti o l'idea che la famiglia passi solo da un legame biologico. Noi genitori abbiamo affrontato l'ignoto, come i nostri figli. La burocrazia, i tempi di attesa, la costruzione di un legame nuovo, lasciare una vita facile e tranquilla: serve coraggio per dire "sì"!
Adottare, in fondo, è proprio questo: generare dal cuore. Non cancellare ciò che è stato, ma accoglierlo, dargli spazio, farlo diventare parte di una nuova narrazione.
Adottare significa spogliarsi delle proprie certezze, dei ritmi consolidati, delle aspettative di una genitorialità biologica, per fare spazio a un'accoglienza totale.
Non c’è bisogno di capire tutto per amare. Anzi, è proprio quando smettiamo di pretendere spiegazioni che iniziamo veramente ad accogliere l’Altro.
la famiglia diventa il luogo dove la condanna dello scarto si trasforma nell'accoglienza della grazia.
Il male è sempre in agguato anche nelle cose buone, ma serve a darci anche la speranza che c’è sempre del bene nascosto in tutto, anche in ciò che noi consideriamo male.
La pace di Gesù non è l’assenza dei problemi - le sue ferite sui piedi e sulle mani restano visibili -, ma è la capacità di affrontare le nostre paure con una luce nuova, è una pace che non cancella la sofferenza, ma la trasfigura in speranza.
L’adozione è un segno concreto di speranza: una forma di amore che non nega la fragilità, ma la attraversa per generare bellezza.
Siamo grati alla vita perché ci ha donato molto; è difficile da descrivere a parole, ma è come se sentissimo che non possiamo far altro che donare l'amore che trabocca e i doni ricevuti.
Un giorno senza sorriso è un giorno perso.
Nell’accoglienza del più fragile: è lì che incontriamo Dio e noi stessi, diventando un suo strumento, contribuiamo un pochino alla realizzazione del Regno dei Cieli sulla nostra terra.
Che sarà mai questo bambino?
Accettiamo di tenere aperta questa domanda, a non chiuderla troppo presto perché il futuro dei nostri figli non è scritto da noi: sono loro che lo scriveranno e noi siamo chiamati a star loro vicini.
La pace cristiana non è l'assenza di difficoltà o sofferenza, ma è sentire Cristo accanto a noi nei momenti difficili, che trasforma il dolore in capacità di amare ancora.
Non è la carne e il sangue, ma il cuore che ci rende padre e figli.
E se gli Apostoli fossero i nostri figli che il Signore ha mandato per compiere il suo Regno?
Proprio come dice Gesù: «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». Nell’adozione, quel “rimanere” diventa casa, famiglia e speranza.
Il "silenzio di Dio" è il silenzio degli uomini che non vogliono vedere.
Noi non facciamo che rispecchiare il mondo. Tutte le tendenze presenti nel mondo esterno si ritrovano nel mondo del nostro corpo. Se potessimo cambiare noi stessi, cambierebbero anche le tendenze nel mondo. Quando un uomo cambia la propria natura, cambia anche l'atteggiamento del mondo nei suoi confronti. Questo è il supremo mistero divino. È una cosa meravigliosa e la fonte della nostra felicità. Non dobbiamo aspettare di vedere cosa fanno gli altri.
Non si tratta di un risultato che conseguiremo al termine della nostra esistenza terrena e che ci verrà in qualche modo consegnato come un premio meritato. La “vita eterna” è invece la misura piena, felice e indistruttibile di ogni nostro istante, che neppure la morte potrà poi rovinare.
I genitori adottivi sono chiamati allo sguardo di Gesù: non guardare al "perché" dell'abbandono, ma al "per chi" quel bambino è oggi. "Nostro figlio" non è un "caso clinico" o una vittima del destino, ma il luogo dove Dio compie il miracolo della rinascita familiare.
Accogliere un bambino abbandonato non è un atto di filantropia, ma un sacramento del quotidiano: è l'unico modo che abbiamo per permettere a Dio di non restare in silenzio, prestandogli il nostro cuore e la nostra casa.
Nel cammino adottivo lo Spirito Santo ha compiuto in noi una vera e propria ri-creazione, soffiando sulla nostra disponibilità. Quel soffio divino è la forza che ci permette, ogni mattina, di rinnovare il nostro "sì" all'accoglienza, ricordandoci che la nostra fecondità è spirituale ed eterna.
La bellezza è come ti senti dentro e si riflette nei tuoi occhi.
La nostra più grande gloria non sta nel non cadere mai, ma nel rialzarsi ogni volta che cadiamo.
Accogliere un bambino è un “fare” che nasce dall’amore. È la disponibilità a mettersi in gioco, anche quando questo comporta fatica a “stare” nella relazione, anche quando essa ti mette alla prova, ti sfinisce, ti fa soffrire.
Comincio sempre la mia preghiera in silenzio.
Il perdono non ripara ciò che si rotto, ma offre la possibilità di un nuovo inizio.
Il silenzio di Dio è la sua parola più difficile da ascoltare, ma è l'unica che può veramente cambiare il cuore.
Se vedo qualcuno che sta morendo, lo soccorro. Se trovo qualcuno affamato, gli do da mangiare. Ognuno può amare ed essere amato. Non guardo il colore della sua pelle, non guardo la sua religione. Non guardo niente. Ogni persona, che sia indù, musulmana o buddista, è mio fratello, mia sorella.
La scelta di diventare famiglia attraverso l’adozione è sicuramente stata una nostra scelta, ma senza passare per la porta di Gesù non avremmo sentito il nostro nome chiamato da Lui insieme a quello di nostra figlia.
L’adozione non è una prova di resistenza per le famiglie, ma una responsabilità collettiva.
Non giudicare ogni giorno dal raccolto che hai ottenuto, ma dai semi che hai piantato.
Noi famiglie adottive siamo una profezia del Vangelo, perché crediamo che l’amore è più forte delle ferite, che la fedeltà è più grande della paura, che la vita vince sempre.
Come per i ciechi del Vangelo, quando un bambino torna ad essere figlio, una famiglia non può tacere il grande dono ricevuto, perché il cuore è ricco di gioia e gratitudine da condividere con le persone che vivono accanto e da comunicare agli altri che si incontrano.
Nell’adozione, una casa diventa tempio vivo: non costruito con pietre, ma con volti, con mani, con un “sì” quotidiano che si rinnova nelle fatiche.
Per i Farisei la legge è intoccabile, anche davanti al bene delle persone. Ma è Gesù la vera legge, che mette al centro l’amore e il bene per il prossimo superando le regole delle norme umane.
Non basta un like per diventare followers di Gesù. Seguire Gesù è una cosa seria. Non possiamo seguirlo solo perché è un atteggiamento ereditato dai nostri genitori, ma è una scelta consapevole, è una scelta di vita.
Ma perché ci spaventa tanto un sepolcro vuoto? C’è, in effetti, un sentimento di timore quando ci soffermiamo a riflettere sulla Risurrezione. Se veramente Gesù è risorto allora tutto quello che “ha detto” - la sua parola - è verità!
"A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: "Elì, Elì, lemà sabactàni?", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: "Costui chiama Elia". E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: "Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!". Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito"
"Il grido del bambino solo è lo stesso grido di Gesù: 'perché mi hai abbandonato?'"
Quando tutto è silente, accade ciò che più conta.
La Quaresima è quel periodo in cui cerchi di capire chi sei veramente, spogliandoti di tutte le maschere che ti sei messo addosso per piacere agli altri.
"Il digiuno non serve a convincere Dio che siamo bravi, ma a convincere noi stessi che non abbiamo bisogno solo di pane per vivere"
"Invocare San Giuseppe, ascoltarlo e imitarlo è il modo più concreto ed efficace di affrontare le svolte della missione famigliare"
"Dio tace perché ha consegnato all'uomo le mani per accogliere"
"Che utilità c'è se non mangi carne, ma poi divori tuo fratello con la maldicenza?"
"La Quaresima è il tempo per amare di più, per ascoltare di più e per dare di più"
"Un bambino non muore solo di fame di pane, ma di fame di sguardo"
"La protezione dell’infanzia consiste nel preservare ciò che permette a un bambino di continuare a sentirsi al mondo: la fiducia di non sentirsi abbandonato".
"Il digiuno è l'anima della preghiera, la misericordia è la linfa del digiuno".
"La Quaresima è un viaggio di ritorno a Dio. Quante volte diciamo: 'Signore, verrò da te domani'. Ma Dio ci aspetta oggi".
"Il bambino abbandonato è la pietra scartata che deve diventare testata d'angolo"
"Il digiuno della lingua è il più difficile, ma il più necessario".
“Accogliere un figlio in affido o in adozione significa entrare nel suo deserto senza paura, con passo leggero e cuore presente”
“Ogni famiglia che adotta è icona di un mistero: una parabola vivente del Padre che cerca, accoglie e chiama per nome”
“Solo la fede e l’abbandonarsi tra le braccia di Gesù, che accoglie, permettono di vincere l’abbandono e la solitudine”

