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Aborto: il dolore, dimenticato, dei papà

Nella tragedia che ogni aborto comporta, il dolore e l’impotenza vissuta dai papà viene spesso taciuta. Il racconto di un uomo che ha affrontato il dolore e trovato conforto nella via della fede

L’aborto è una di quelle azioni che stravolge la vita di tutte le persone che ne sono coinvolte. La mamma, per forza di cose, è il fulcro e la figura sulla quale le discussioni e le analisi si soffermano da sempre. Il bambino, purtroppo, lo si lascia da parte, per l’impossibilità di avere una voce udibile in capitolo.
Il papà, invece, che voce potrebbe averne, molto spesso è lasciato in disparte. A volte la cosa va bene anche a lui, che in questo modo può sentirsi scaricato di responsabilità. Ma tante altre volte, la sua rimane una voce inascoltata, una voce carica di dolore e di impotenza davanti a un dramma che lo coinvolge in tutto il suo essere, mentre le leggi ne limitano qualsiasi possibilità di azione.

Il dolore di un aborto vissuto dal papà

La testimonia bene una intervista apparsa sulla testata della Comunità Papa Giovanni XXIII Sempre news e rilanciata dal sito Aleteia.org.
Ne emerge il racconto di un papà che, a distanza di 6 anni dai fatti, ancora lotta contro il dolore, con il solo sostegno della fede.

L’uomo inizia il racconto dalle difficoltà che il suo rapporto con la compagna già viveva, sia per via del suo lavoro molto impegnativo, sia per la prolungata disoccupazione di lei, incapace, proveniendo da una famiglia agiata, di adattarsi a uno stile di vita più semplice. I due avevano già un figlio di 6 anni quando scoprirono di aspettare un altro bambino.
Come spesso succede, alla gioia per la notizia si mischia la preoccupazione. Su questa fa leva la famiglia della donna che, con la scusa dell’aiuto economico, riesce a entrare sempre di più nelle dinamiche della coppia e inizia a insinuare nella figlia il dubbio che un altro bambino sia troppo, tanto dal punto di vista economico, quando da quello della limitazione per un possibile, futuro lavoro.

Dall’insinuare al convincere il passo non è così lungo e la figlia, che – racconta l’ex compagno– aveva inizialmente gioito nell’apprendere la notizia della gravidanza, si decide a disfarsi di quel bambino.

Dolore e odio, superati solo con la fede

Nel papà, insieme al dolore, cresce di giorno in giorno l’impotenza, in una situazione nella quale l’uomo “viene totalmente ignorato nella scelta della madre sull’interruzione di gravidanza”.

Con il dolore cresce anche la rabbia e il risentimento verso la compagna. E le cose, a livello di coppia, non possono più funzionare. Così, nel giro di poco tempo, l’uomo si trova solo e senza casa, estromesso anche dalla possibilità di continuare ad avere un rapporto continuo con l’altro figlio.

Il dolore è fortissimo, ma è proprio nel momento più difficile che nasce la consapevolezza che coltivare l’odio non porta a nulla. L’umo ha la forza di aprirsi alla dimensione della comprensione e del perdono, decidendo di cambiare diversi aspetti della propria vita e tornare alla fede e ai Sacramenti. È il cammino di fede a ridargli speranza: la tristezza non è scomparsa, ma la consapevolezza di come verità e amore siano il vero senso della vita gli permettono di cercare un dialogo con l’ex compagna, almeno per il bene del figlio.

Rimane, dall’esperienza vissuta, la sensazione che la legge che regola l’aborto sia sbagliata: non solo perché non tiene conto della volontà del padre, ma anche “per quanto riguarda le donne, perché non considera le conseguenze a livello fisico, mentale e spirituale di chi pratica l’interruzione volontaria di gravidanza, né aiuta la donna una volta che esce dalla clinica ad affrontare quello che, secondo me, è un vero e proprio lutto, la morte violenta del proprio figlio”.

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