Un film che vuole aprire uno squarcio sul dramma dei profughi siriani. Di chi ha dovuto lasciare la propria terra, la propria casa, i propri affetti a causa di una guerra che dopo 10 anni non sembra ancora vedere la fine.
Quest’anno, agli Oscar 2021, tra le pellicole candidate come miglior film straniero c’è anche “In The Man Who Sold His Skin” che tradotto letteralmente significa “L’uomo che ha venduto la sua pelle”, film arabo, della regista tunisina Kaouther Ben Hania, in cui si intrecciano drammi e linguaggi propri del nostro tempo.
“In The Man Who Sold His Skin” è un film che vuole, aprire uno squarcio sul dramma dei profughi siriani. Di chi ha dovuto lasciare la propria terra, la propria casa, i propri affetti, a causa di una guerra che dopo 10 anni non sembra ancora vedere la fine. Sul bisogno, sul desiderio e sull’importanza della libertà. Sulla tragedia dello sfruttamento della sofferenza umana e sulla mercificazione del corpo dell’uomo.
Protagonista è Sam Ali, interpretato da Yahya Mahayni, miglior attore nella sezione Orizzonti, alla 77esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Sam è un rifugiato siriano in Libano che nella speranza di arrivare in Europa e ricongiungersi con la sua compagna a Parigi, accetta la proposta di un famoso artista Jeffrey Godefroi, di utilizzare la sua pelle come una tela vivente, facendosi tatuare sulla sua schiena un visto Schengen. Ma Sam finisce per rendersi conto che la sua decisione potrebbe non significare la libertà.
Un tatuaggio dal forte valore simbolico, il requisito fondamentale per poter entrare in Europa. In esso possiamo scorgere il desiderio di libertà impresso in maniera indelebile nel corpo e nell’anima dei rifugiati che tentano di raggiungere l’Europa e allo stesso tempo lo sfruttamento della sofferenza umana e la mancanza di rispetto della dignità dell’uomo.
Una trama inusuale, nata da una storia vera, quella dello svizzero Tim Steiner, racconta Mondo e Missione, che ha venduto la sua pelle all’artista belga Wim Delvoye perché la utilizzasse, proprio come il protagonista del film, come tela vivente. L’opera è poi stata venduta al collezionista d’arte tedesco Rik Reinking per 150 mila euro. Alla morte di Steiner la pelle della sua schiena sarà tolta e appesa come pezzo unico alla parete del collezionista.
C’è forse da pensare che l’arte abbia travalicato in questo caso, la dignità dell’essere umano.
Che l’artista perseguendo l’ideale dell’arte ha perso di vista il concetto di umanità. Ma Sam il protagonista del film ci ricorda anche quanto conta la libertà per questi uomini e quanto complessa da capire per noi, nati “dalla parte giusta del mondo”, sia la loro condizione e la loro sofferenza se sono disposti pur di raggiungere l’agognata Europa a vendere se stessi e la propria pelle.
Foto (Mondo e Missione)
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