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La follia dell’Amore: amare un figlio pur sapendo che non è mio figlio

Si sente spesso affermare che le famiglie affidatarie devono accogliere i bambini in affido “come se” fossero propri figli. Espressione che in realtà dice tutto, ma anche nulla. Cosa vuol dire “come se”?


Viviamo un periodo in cui tutto sembra un “come se”: anche a una certa età ci si comporta “come se” si fosse sempre giovani, si convive “come se” si fosse sposati, si accetta la precarietà nel lavoro “come se” fosse qualcosa di certo e altro ancora. È questa la società che i sociologi definiscono dalle relazioni fluide-postmoderne, in cui ogni cosa dura solo fino a che tutto funziona bene, poi, con leggerezza. si cambia, senza impegni e responsabilità, in nome di una libertà individuale che dovrebbe rendere felici. Di fatto, questa incertezza nel vivere è spesso fonte di sfiducia, ansia e depressione (disturbo sempre più diffuso), perché ciò che ogni uomo, ogni donna e ogni bambino cercano è l’esatto opposto: è il “per sempre”. Solo nella certezza di un “per sempre” una persona è libera di muoversi, provare nuove strade, sbagliare, crescere, raggiungere obiettivi.

In tale contesto di precarietà diffusa, l’esperienza affidataria sembrerebbe inserirsi perfettamente: in essa si è figli, genitori e fratelli ma non si sa fino a quando. Finché funziona, finché c’è bisogno di esserlo… Ma in questa esperienza si realizza, e si prova sulla propria pelle, un “come se” per nulla deresponsabilizzato e per nulla leggero, perché è un “come se” fatto di impegno, di lealtà, di accoglienza, di responsabilità… Non certo di superficialità e disimpegno.
Ed è proprio nell’esperienza affidataria di questo “come se”, che si percepisce maggiormente l’importanza di un “per sempre”. L’accoglienza famigliare temporanea è “come se fosse per sempre”. D’altro canto, in modo quasi schizofrenico, la tendenza culturale e politica del momento (soprattutto da qualche anno a questa parte) sembra considerare il figlio come possesso, a immagine del genitore, carne della stessa carne, legato dal sangue, un figlio bello e sano (tendenza che porta ad esempio a procreazione medicalmente assistita, utero in affitto, rifiuti adottivi).

Nei percorsi formativi all’affido famigliare appare particolarmente evidente la ricerca del “per sempre”. Nel corso degli anni sono cambiate le domande di fondo che i partecipanti alla formazione si pongono: se prima il problema era il rapporto con i servizi sociali e la famiglia d’origine, oggi alla preoccupazione di lasciare andare il bambino, presto o tardi che sia, si aggiunge quella di come si possa essere genitori di un figlio non proprio. La domanda più frequente è: “Come faccio ad amare e a crescere questo bambino sapendo che ha una mamma e un papà che lo aspettano?”. A cui spesso segue un’altra domanda: “Ma ha senso per il bambino e per noi l’affido? Non è un’inutile sofferenza?”

Queste domande mettono in profonda discussione la validità dell’esperienza affidataria, ma evidenziano anche una capacità di porsi di fronte all’accoglienza di un bambino in modo consapevole e in un modo che è in grado di intuire fin da principio che tutto si gioca nella relazione.
Quel “come se” si riempie, alla luce di queste domande, di un significato che non è certo di mancato impegno, di paura, di fluidità relazionale o addirittura di individualismo. Occorre dare senso al dubbio dell’inutilità, cercare nella precarietà del “come se” cosa di fatto duri per sempre.

Il settimo capitolo della Prima lettera ai Corinzi di Paolo ci viene incontro per aiutarci a comprendere questo “come se”, che può essere la chiave di volta per vivere l’accoglienza affidataria senza l’ansia della fine della stessa. Dal “come se” paolino incarnato nell’esperienza affidataria si può, in un certo senso, anche imparare a essere genitori migliori, mariti o mogli migliori, figli migliori. Si può, insomma, prendere qualche spunto per vivere una vita buona.

1Cor 7, 29-31
“Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!”

Potremmo aggiungere a queste categorie di persone proposte da Paolo un’altra situazione: quelli che hanno figli generati nella carne, nell’adozione o nell’affido, vivano come se non li possedessero.
Sono parole difficili, a prima vista quasi incomprensibili quelle di Paolo alla Chiesa di Corinto. Paolo invita i fedeli di Corinto a praticare contemporaneamente sia un giusto impegno nella propria vita che una sana distanza dalle cose terrene. Il cristiano è chiamato a tenere la mente e il cuore concentrati sulle realtà ultime rivelate da Gesù, come il timoniere di una barca deve concentrarsi su un punto della riva se vuole mantenere la barra del timone ferma e la rotta della barca sicura.

Cosa significa ciò per un genitore e, in particolare, per un genitore affidatario? Possiamo, come genitori, cercare di accogliere l’invito di Paolo esercitando il giusto impegno e la buona sollecitudine e mantenendo contemporaneamente una sana distanza nei confronti dei nostri figli naturali e, ancor di più, nei confronti dei nostri figli affidati?

Paolo suggerisce di non attaccarsi alle cose di questo mondo, e dunque di dare a esse il giusto valore, riconoscendone il senso simbolico: esse sono da vivere nel loro rimando al Regno. Siamo stati fatti per stare in Cielo coi santi e, successivamente, per vivere nella gioia nel nuovo mondo perfetto che Dio ci regalerà. A questo devono essere rivolti la nostra mente e il nostro cuore.
Con la risurrezione di Cristo il tempo ha avuto una svolta, ne sono cambiati i confini. È iniziato il tempo del Dio-con-noi, il kairòs, il tempo della salvezza. Tutte le realtà terrene sono diventate minuscole, temporanee, precarie rispetto alla prospettiva soteriologica. È emersa l’opportunità per l’uomo di una scelta definitiva in favore del Dio che gli è venuto incontro in Gesù. Il Dio trinitario offre all’uomo un’eternità di fronte alla quale appare in tutta la sua evidenza il significato relativo delle realtà terrene.
In quest’ottica, tutti i beni/doni terreni sono solo da amministrare, non dei possedimenti. Così l’uomo e la donna hanno l’incarico di guidare ed educare tutti i figli che sono stati loro affidati, non di possederli.
La giusta distanza, sullo sfondo dell’impegno, della prossimità e della cura, che la famiglia affidataria pratica nei confronti delle realtà terrene, si ripercuote nel suo rapporto con i figli affidati e rende possibile il farsi carico delle loro sofferenze, che altrimenti la schiaccerebbero. Infatti questi bambini sono portatori di profonda ingiustizia, del dolore innocente che è inspiegabile in termini esclusivamente umani, senza far riferimento al mondo trascendente e a una fede certa nella salvezza per tutti.

La dialettica paolina del come se (questa espressione ricorre per cinque volte in 1Cor 7, 29-31) suggerisce anche alla famiglia affidataria di esercitare, nel rapporto con il bambino affidato, la virtù della pazienza. La pazienza intesa come Papa Francesco la descrive in Amoris Laetitia al numero 92: “L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato”.
Le provocazioni che i bambini affidati portano ai genitori affidatari non sono altro che il modo terreno di esprimere un dolore che a parole non sarebbe possibile esprimere, che chiede di essere lenito per proseguire il cammino di salvezza. Solo lo sguardo di un genitore che sa andare oltre al limite dell’esperienza oggettiva, permette di tenere la barra dritta alla meta salvifica.
Da questo scaturisce la forza del ricominciare daccapo. Le famiglie affidatarie ben conoscono questo ricominciare. Sono proprio questa pazienza e questa capacità di ricominciare che permettono al bambino affidato di rendersi conto, piano piano, che la famiglia affidataria c’è, è presente per lui, e per quanto le sarà concesso dal Signore ci sarà sempre, qualunque cosa egli possa fare, qualunque cosa possa passare nel suo cuore e nella sua mente. Il figlio affidato lentamente scopre di non essere solo, che c’è qualcuno che tiene a lui ed è disposto a donarsi a lui. Capisce che, a fronte di tanto male subito, c’è un bene gratuito che gli viene incontro. Il male non ha l’ultima parola perché c’è un Dio buono che non si è dimenticato di nessuno e sempre mette sulle nostre strade persone che richiamano a Lui. Il bambino può finalmente dire: non sono e non sarò mai solo. Per sempre.
Perdono, perseveranza, pazienza faranno scoprire al figlio affidato che l’amore di un genitore è così fatto perché incarna l’Amore di Dio Padre per ognuno di noi.

Tutto questo sarebbe impossibile senza la speranza straordinaria che scaturisce dall’attesa escatologica di cui è permeato il capitolo settimo della Prima lettera ai Corinzi. Senza questa speranza, la famiglia affidataria inizierebbe a essere impaziente e si farebbe strada la presunzione, di essere in grado, velocemente o comunque con i tempi da lei decisi, di cambiare le cose. Si profilerebbe così un grosso rischio di fallimento dell’esperienza affidataria.
Sono due i “come se” che potrebbero essere guida per un genitore affidatario: il primo si riferisce al considerare i figli generati nella carne come se non fossero propri figli, perché dovranno andare a realizzare il progetto di Dio su di loro. Non sono nostri, ci sono affidati. Il secondo si riferisce al considerare i figli affidati come se fossero nostri, quindi tenendo ben presente che in tempi ancor più brevi se ne andranno dalla nostra casa per realizzare il progetto che Dio ha riservato a loro.
Essere genitori è un “come se”.

La follia dell’Amore: amare un figlio pur sapendo che non è mio figlio

La difficoltà e la bellezza dell’affido stanno proprio in questo: scoprire di amare questi figli come se fossero nostri. Sembra impossibile, addirittura folle! Un controsenso: non c’è nulla di più viscerale dell’amore per un figlio. Amare meno potrebbe sembrare un abbandono.
Le famiglie affidatarie spesso si accorgono che la stessa decisione e forza con cui affrontano i piccoli grandi problemi dei figli generati nella carne, le impegnano nell’accompagnare i figli affidati. Eppure dovranno andare da un’altra mamma e un altro papà, seguire il loro progetto.
È possibile anche che i rapporti si interrompano per sempre.
È altrettanto apparentemente folle affermare che il giorno che un figlio tornerà alla sua famiglia o sarà accolto in una famiglia adottiva, sarà un giorno di grande gioia perché sarà il compimento dell’amore provato per lui. Una gioia certo mista alla tristezza dell’uscita dalla casa, dalla quotidianità, dalla vita, ma non dalla storia e dal cuore.
In realtà, ogni genitore dovrebbe gioire nel vedere un figlio partire per costruire una propria vita di serenità.
La sofferenza è parte dell’amore, dell’amore tra coniugi che sono disposti a qualsiasi sacrificio per il bene del proprio marito o della propria moglie. Lo stesso vale nei confronti dei figli e, viceversa, per i figli nei confronti dei genitori. Vale per Gesù sulla croce nell’atto supremo di donazione di se stesso, agonizzante e sofferente per la lontananza dal Padre (“Dio mio, perché mi hai abbandonato?”), e vale per il Padre sofferente per la lontananza di ogni figlio. Per Dio Padre non può essere altrimenti.

Amare nel dono gratuito di se stessi è carità. “Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!” (1Cor. 13, 12-13).

Solo la carità può portare ad accorgersi e a riconoscere in un bambino e nella sua famiglia il prossimo sofferente. Senza la carità non si può avere compassione, non ci si fa prossimi per fasciare le ferite, non si condivide un pezzo di strada, come ha fatto il Buon Samaritano nella parabola evangelica.

La logica del servo

Tornando a questo punto alla domanda: “Ma ha senso per il bambino e per noi l’affido? Non è un’inutile sofferenza?”
Come rispondere a quel dubbio che sia tutto inutile soprattutto se le cose non vanno come si voleva? Quale utilità porta con sé quel “come se”?
Nessuna utilità apparente, l’esperienza affidataria per avere senso deve essere vissuta libera da attese e pretese, ma soprattutto con lo sguardo in Cristo. Solo scoprendosi profondamente inutili servi, si scopre la grandezza del dono ricevuto. Servi inutili di Dio perché Lui possa realizzare il progetto di salvezza per ogni bambino.

Don Luigi Epicoco (Presbitero, teologo, scrittore e preside dell’Istituto Superiore Scienze Religiose Fides et Ratio dell’Aquila) esprime molto bene questo concetto di essere servi inutili, commentando il brano di Lc. 17, 7-102:  “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’”.

“Non mi stancherò mai di dire che tra le parole più belle del Vangelo c’è proprio l’espressione “servo inutile”. La parola ‘inutile’ è ciò che rende più l’idea di ciò che nella vita è importante. Tutte le cose più importanti e necessarie della vita si presentano a noi come ‘inutili’. Letteralmente inutile significa che “non porta un utile”, e se non porta un utile allora è fuori dalla logica del profitto. Il mondo ragiona con la logica del profitto, Dio ragiona con la logica dell’amore.
Infatti l’amore vero è inutile. La vita spirituale è inutile. L’amicizia vera è inutile. La gioia che conta è inutile. Baciare chi ami è inutile. Sacrificarsi per un figlio è inutile. Consacrarsi a Dio è inutile. Amare per tutta la vita qualcuno è inutile. Cambiare il mondo è inutile. Non sono impazzito, sono più serio che mai. Se tutte queste cose le facessimo per averne un utile, un contraccambio, allora non sarebbero così belle e importanti. È proprio perché invece le facciamo in maniera gratuita (che è l’altro modo di dire inutile) che ciascuna di queste cose può renderci felice. Perché la felicità non è un profitto, è l’essenza della vita stessa. E ciò è inestimabile. ‘Inestimabile’ infatti è un altro modo ancora di dire inutile. Siamo servi inestimabili”.

Possiamo dire, concludendo, che solo riuscendo a incarnare il “come se” paolino, un genitore potrà vivere la propria esperienza di padre o madre come auspicato da Papa Francesco in Amoris Laetitia al numero 180: «La scelta dell’adozione e dell’affido esprime una particolare fecondità dell’esperienza coniugale, al di là dei casi in cui è dolorosamente segnata dalla sterilità. […] A fronte di quelle situazioni in cui il figlio è preteso a qualsiasi costo, come diritto del proprio completamento, l’adozione e l’affido rettamente intesi mostrano un aspetto importante della genitorialità e della figliolanza, in quanto aiutano a riconoscere che i figli, sia naturali sia adottivi o affidati, sono altro da sè e occorre accoglierli, amarli, prendersene cura e non solo metterli al mondo. L’interesse prevalente del bambino dovrebbe sempre ispirare le decisioni sull’adozione e l’affido».

Cristina e Paolo Pellini
Ai.Bi. Amici dei Bambini – comunità La Pietra Scartata

 

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