In un evento come il Festival della canzone italiana non possono mancare i riferimenti al Sacro, da testi che lasciano più di un dubbio a versi che sono rimasti nella memoria di tutti

Quando si tratta di Festival di Sanremo, non c’è gesto che passi inosservato o parola che non venga sezionata e ripresa da social e media. Dunque, è bastato che le telecamere riprendessero Amadeus, il conduttore, farsi il Segno della Croce prima di scendere le scale che portano sul palco, per accendere discussioni, inevitabilmente subito sfociate in “guerre di posizione” tra sostenitori e chi ha ritenuto il gesto irrispettoso nei confronti di chi non crede.
Dio e Festival di Sanremo
Eppure, in un palco come quello dell’Ariston, cassa di risonanza come poche altre in Italia, i riferimenti al sacro ci sono sempre stati e, come sottolinea in un bell’articolo il sito Aleteia.org, anche quest’anno non mancano di certo. Dunque, “senza la presunzione di travestire il profano con il sacro” vale la pena spulciare i testi per trovare e cercare di capire il perché di questa continua attenzione a Dio, anche quando, nella vita, non si perde occasione per ripetere di essere fieramente distanti dalla religione.
È il caso, per esempio, di Fedez, che nella sua canzone portata sul palco insieme a Francesca Michielin, canta: “In ascensore spreco un segno della croce e quindi?”. Anche se di più non è dato sapere.
Anche i Maneskin, altro gruppo che non fa mistero della propria lontananza dalla fede, non hanno rinunciato i versi che, per la verità in modo piuttosto oscuro, richiamano il divino: In casa mia non c’è Dio / Ma se trovi il senso del tempo / Risalirai dal tuo oblio. Anche in questo caso lasciando gli ascoltatori più perplessi che colpiti.
Non mancano anche i riferimenti al Paradiso, quale che sia il senso che possa essere evocato all’interno della canzone di Bugo E invece sì: “Voglio immaginarmi che non ho sbagliato / E che il paradiso è il mio supermercato”.
Chi, con più sfacciataggine, di riferimenti al sacro infarcisce la sua esibizione è Achille Lauro, con frammenti di preghiere e pose da martire che sono talmente dichiaratamente blasfeme da apparire forzate. E viene da chiedersi perché.
Le canzoni del passato che hanno lasciato un segno
Eppure, nella storia del Festival non sono mancati i testi che hanno portato con sincerità il tema della fede sul palco, quasi sempre più con domande che con affermazioni, ma comunque lasciando un segno difficile da dimenticare.
È il caso, per esempio, di Renato Zero, che nel 1993 cantava: Dove la ragione non ha più niente da imparare / Ave Maria. Sì siamo meschini e anche vili / Ma non siamo stati mai così soli, soli.
Oppure, in una disincantata ammissione di come anche le divinità siano diventate consumistiche, ecco le parole di Francesco Gabbani: “Gesù si è fatto agnostico / i killer si convertono / Qualcuno è già in odor di santità / La folla è in coda negli store dell’inutilità / L’offerta è già finita amici andate in pace”.
Per concludere, non si può non ricordare Simone Cristicchi, che nella sua “Abbi cura di me” cantava l’amore come unica vera cura: Il tempo di cambia fuori / l’amore ti cambia dentro / Basta mettersi al al fianco invece di stare al centro. / L’amore è l’unica strada, è l’unico motore / è la scintilla divina che custodisci nel cuore”.
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