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Il senso dell’accoglienza adottiva di Giuseppe: non una via che spiega, ma una via che accoglie

Ogni abbandonato, ogni bisognoso, ogni povero, ogni sofferente, ogni moribondo, ogni forestiero, ogni carcerato, ogni malato… è quel “Bambino” che, insieme a Giuseppe, siamo chiamati ad accogliere (Patris corde 2).

 Seconda parte

L’Anno speciale dedicato a San Giuseppe, annunciato da Papa Francesco l’8 dicembre 2020, è stato introdotto da una specifica Lettera Apostolica del pontefice – “Patris corde” – pubblicata col desiderio di «condividere alcune riflessioni personali su questa straordinaria figura, tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi» e con la finalità di «accrescere l’amore verso questo grande Santo, per essere spinti a implorare la sua intercessione e per imitare le sue virtù e il suo slancio».

Nella prima parte di questo commento (Patris Corde 1) abbiamo presentato il senso dell’Anno speciale e il documento del Santo Padre, illustrando alcuni tratti dei primi tre profili di San Giuseppe su cui Papa Francesco ha inteso porre la sua attenzione; in questa seconda parte accostiamo altri due aspetti qualificanti la paternità di Giuseppe, mentre nella successiva terza parte presenteremo gli ultimi due.

Padre nell’accoglienza

Al centro dei sette approfondimenti, Papa Francesco colloca l’analisi della figura di Giuseppe quale Padre nell’accoglienza, esplicitando le condizioni che rendono possibile un cammino di trasformazione della propria vita e consentono di meglio decifrare anche un aspetto fondamentale dell’accoglienza adottiva o affidataria: «Giuseppe accoglie Maria senza mettere condizioni preventive. Si fida».

Di fronte ad avvenimenti o situazioni di cui non si comprende il significato o che non corrispondono a quanto da noi desiderato o progettato, siamo tentati di reagire con delusione o ribellione: così accade all’infanzia abbandonata o in difficoltà familiare, così avviene anche per molti coniugi di fronte alla infertilità di coppia.

«Giuseppe – osserva Papa Francesco – lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia». Occorre infatti riconciliarsi con la propria storia, altrimenti non potrà risultare possibile alcun successivo passo, alcuna positiva prospettiva, col rischio di restare intrappolati nella propria situazione e sequestrati «in ostaggio delle nostre aspettative e delle conseguenti delusioni».

La via intrapresa da Giuseppe «non è una via che spiega, ma una via che accoglie». Solo grazie ad una storia non rifiutata, contestata o respinta, ma accolta si apre la prospettiva della riconciliazione capace di trasformarla e rinnovarla; accogliere non indica un atteggiamento remissivo e neppure arrendevole, accomodante o passivo: «Giuseppe non è un uomo rassegnato passivamente. Il suo è un coraggioso e forte protagonismo».

Il cristiano sa che ponendola nelle mani del Signore, tutt’altro che sinonimo di disimpegno o di resa, la propria vita può essere accolta «così com’è, facendo spazio anche a quella parte contradditoria, inaspettata, deludente dell’esistenza», non certo per subirla o sopportarla, ma per affrontarla ricostruendone un tracciato compatibile con la buona promessa di cui la vita è continuo rimando, malgrado le ingannevoli sfide che possono comprometterne l’affidabilità: «la venuta di Gesù è un dono del Padre, affinché ciascuno si riconcili con la carne della propria storia anche quando non la comprende fino in fondo».

Così come Dio disse a Giuseppe “non temere” (Mt 1,20), così sembra confermare anche ad ognuno di noi l’invito a “non avere paura!”. «Occorre – suggerisce Papa Francesco – deporre la rabbia e la delusione e fare spazio, senza alcuna rassegnazione mondana ma con fortezza piena di speranza, a ciò che non abbiamo scelto eppure esiste. La vita di ciascuno di noi può ripartire miracolosamente, se troviamo il coraggio di viverla secondo ciò che ci indica il Vangelo. E non importa se ormai tutto sembra aver preso una piega sbagliata e se alcune cose ormai sono irreversibili. Dio può far germogliare fiori tra le rocce. Anche se il nostro cuore ci rimprovera qualcosa, Egli “è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (1Gv 3,20)».

Anche l’abbandono, così come le fatiche di una famiglia in difficoltà oppure la inattesa scoperta di un’infertilità di coppia, sono condizioni non scelte in cui, nostro malgrado, ci si può ritrovare: eppure sappiamo anche di aver potuto costatare i miracoli di “ripartenze”, “rinascite” e “fecondità” prima considerate insuperabili o inverosimili: l’abbandono, la sterilità, le fatiche non sono state l’ultima parola nella storia di molti bambini e di molte persone e potrebbe non esserlo per moltissime altre.

Occorre, dunque, chiarire il senso del realismo cristiano, che non si rassegna: «la realtà, nella sua misteriosa irriducibilità e complessità, è portatrice di un senso dell’esistenza con le sue luci e le sue ombre. È questo che fa dire all’apostolo Paolo: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio” (Rm 8,28). E Sant’Agostino aggiunge: “anche quello che viene chiamato male”. In questa prospettiva totale, la fede dà significato ad ogni evento lieto o triste». Non si tratta di ritenere che «credere significhi trovare facili soluzioni consolatorie. La fede che ci ha insegnato Cristo è invece quella che vediamo in San Giuseppe, che non cerca scorciatoie, ma affronta “ad occhi aperti” quello che gli sta capitando, assumendone in prima persona la responsabilità».

Un ultimo tratto dell’accoglienza di Giuseppe sottolineato da Papa Francesco, suggerisce anche un puntuale paradigma, quasi un protocollo disciplinare per l’accoglienza familiare: «accogliere gli altri, senza esclusione, così come sono, riservando una predilezione ai deboli».

Padre dal coraggio creativo

La quinta ulteriore dimensione su cui Papa Francesco dirige l’attenzione è la paternità di Giuseppe dal coraggio creativo: «se la prima tappa di ogni vera guarigione interiore è accogliere la propria storia, ossia fare spazio dentro noi stessi anche a ciò che non abbiamo scelto nella nostra vita, serve però aggiungere un’altra caratteristica importante: il coraggio creativo».

Si tratta di un’intraprendenza che può affiorare quando si incontrano impedimenti, ostacoli, vincoli di fronte a cui potremmo essere ora tentati di fermarci abbandonando la sfida, ora spronati ad ingegnarci per affrontarli superando le difficoltà.

«Molte volte – ricorda Papa Francesco –, leggendo i “Vangeli dell’infanzia”, ci viene da domandarci perché Dio non sia intervenuto in maniera diretta e chiara. Ma Dio interviene per mezzo di eventi e persone. Giuseppe è l’uomo mediante il quale Dio si prende cura degli inizi della storia della redenzione. Egli è il vero “miracolo” con cui Dio salva il Bambino e sua madre».

Una lettura superficiale dei racconti in cui emerge l’intraprendenza di Giuseppe, potrebbe suggerire l’idea «che il mondo sia in balia dei forti e dei potenti, ma la “buona notizia” del Vangelo sta nel far vedere come, nonostante la prepotenza e la violenza dei dominatori terreni, Dio trovi sempre il modo per realizzare il suo piano di salvezza».

Anche la nostra vita a volte appare come in balia di altre persone, della loro volontà, di un loro potere esercitato nei nostri confronti, tuttavia «il Vangelo ci dice che ciò che conta, Dio riesce sempre a salvarlo, a condizione che usiamo lo stesso coraggio creativo» di Giuseppe, il quale ha saputo trasformare i suoi problemi in opportunità anteponendo sempre la fiducia nella Provvidenza: «se certe volte Dio sembra non aiutarci, ciò non significa che ci abbia abbandonati, ma che si fida di noi, di quello che possiamo progettare, inventare, trovare».

I vangeli non riportano informazioni sulla permanenza di Giuseppe con Maria e Gesù in Egitto; di certo – argomenta con pertinenza Papa Francesco – «avranno dovuto mangiare, trovare una casa, un lavoro. Non ci vuole molta immaginazione per colmare il silenzio del Vangelo a questo proposito. La santa Famiglia dovette affrontare problemi concreti come tutte le altre famiglie, come molti nostri fratelli migranti che ancora oggi rischiano la vita costretti dalle sventure e dalla fame. In questo senso, credo che San Giuseppe sia davvero uno speciale patrono per tutti coloro che devono lasciare la loro terra a causa delle guerre, dell’odio, della persecuzione e della miseria».

Si tratta di una coraggiosa, libera e intelligente intraprendenza, obbediente e fiduciosa, non autoreferenziale, arrogante e supponente: «alla fine di ogni vicenda che vede Giuseppe come protagonista, il Vangelo annota che egli si alza, prende con sé il Bambino e sua madre, e fa ciò che Dio gli ha ordinato».

Papa Francesco chiede di condividere un interrogativo, domandandoci se, come Giuseppe, stiamo o meno «proteggendo con tutte le nostre forze Gesù e Maria, che misteriosamente sono affidati alla nostra responsabilità, alla nostra cura, alla nostra custodia. Il Figlio dell’Onnipotente viene nel mondo assumendo una condizione di grande debolezza. Si fa bisognoso di Giuseppe per essere difeso, protetto, accudito, cresciuto. Dio si fida di quest’uomo, così come fa Maria, che in Giuseppe trova colui che non solo vuole salvarle la vita, ma che provvederà sempre a lei e al Bambino. In questo senso San Giuseppe non può non essere il Custode della Chiesa».

Avendo Gesù stesso affermato che “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40), così ogni abbandonato, ogni bisognoso, ogni povero, ogni sofferente, ogni moribondo, ogni forestiero, ogni carcerato, ogni malato … è quel “Bambino” che, insieme a Giuseppe, siamo chiamati a custodire. Questa è il motivo per cui San Giuseppe «è invocato come protettore dei miseri, dei bisognosi, degli esuli, degli afflitti, dei poveri, dei moribondi» e, certamente, anche degli abbandonati. Anche per questo «la Chiesa non può non amare innanzitutto gli ultimi, perché Gesù ha posto in essi una preferenza, una sua personale identificazione» imparando da Giuseppe lo stile della cura e della responsabilità.

 (fine seconda parte – prosegue)

 Gianmario Fogliazza

 Centro Studi La Pietra Scartata

 

 

 

 

 

 

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