Domandiamoci: chi o cosa abbia nel tempo “normalizzato” la condizione di abbandono per milioni di bambini nel mondo, nel migliore dei casi considerati soggetti minori, ai quali è tuttavia non riconosciuta e tutelata alcuna dignità filiale?
Papa Francesco ha inteso formulare, alle soglie del 2021, i suoi auguri affinché il nuovo anno «possa far progredire l’umanità sulla via della fraternità, della giustizia e della pace». Il Santo Padre ha individuato il tema del messaggio per la 54a Giornata mondiale della pace – “La cultura della cura come percorso di pace” – osservando gli eventi che hanno caratterizzato il cammino dell’umanità nel 2020 in cui è apparsa sempre più evidente «l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza».
La cultura della cura, come «impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti», e «disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca», rappresenta per Papa Francesco un cammino preferenziale per le relazioni di pace tese a contrastare e a «debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente».
La cultura della cura
Il Papa, rivolgendosi «ai capi di Stato e di Governo, ai responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai leader spirituali e ai fedeli delle varie religioni, agli uomini e alle donne di buona volontà», ha incoraggiato tutti a diventare «profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare le tante disuguaglianze sociali» e richiamato quanto auspicato nella sua ultima enciclica “Fratelli tutti”: «In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia». Infatti, la “barca dell’umanità” su cui tutti ci troviamo può «navigare con una rotta sicura e comune» solamente col «timone della dignità della persona» e la «bussola dei principi sociali fondamentali».
Papa Francesco, rileggendo gli eventi del 2020, segnato «dalla grande crisi sanitaria del Covid-19» che ha esasperato diverse crisi collegate tra loro «come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, provocando pesanti sofferenze e disagi», deve anche purtroppo evidenziare che «accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà», si sono tuttavia ripresentate «diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione».
Il Papa nel messaggio individua le fondamenta su cui costruisce la proposta per una “cultura della cura” e tratteggia il profilo della vocazione umana a prendersi cura di se stesso, dell’altro e del creato; quali riferimenti essenziali, Papa Francesco indica “Dio Creatore” come primo modello da seguire, insieme a Gesù, ai suoi discepoli, così come i princìpi della cosiddetta “dottrina sociale della Chiesa” in cui nel tempo si sono riversati innumerevoli esempi di «carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede».
La grammatica della cura
In tali princìpi tutte le persone di buona volontà possono cogliere la “grammatica” della cura: «la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato». Sono quattro punti cardinali che Papa Francesco riprende singolarmente iniziando dalla tutela «della dignità e dei diritti della persona», una prospettiva originaria e propria del cristianesimo in grado di dire «sempre relazione, non individualismo», di affermare «l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento».
Ogni persona, sottolinea Papa Francesco, «è creata per vivere insieme nella famiglia», «nella società, dove tutti i membri sono uguali in dignità». Nessuno dovrebbe restare escluso da tale opportunità, soprattutto coloro i quali, come i bambini abbandonati, non possono autonomamente risolvere la propria condizione in cui la dignità filiale è stata da “altri” compromessa: solo l’iniziativa di “altri soggetti” (l’accoglienza di una famiglia adottiva), può infatti ristabilire e rigenerare una “dignità ridotta, limitata” tuttavia mai eliminabile. La dignità della persona, infatti, assicura diritti ma comporta anche doveri, come «accogliere e soccorrere i poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro prossimo».
L’altro è il nostro prossimo!
Solidarietà è, infatti, condividere e dedicarsi per il bene di tutti, nessuno escluso: «La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo».
Per questo Papa Francesco sollecita «i responsabili delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, del mondo economico e di quello scientifico, della comunicazione sociale e delle istituzioni educative», di fronte «all’acuirsi delle disuguaglianze», a considerare la “bussola” della dottrina sociale della Chiesa per individuare una rotta che consentirebbe «di agire insieme e in solidarietà per il bene comune, sollevando quanti soffrono dalla povertà, dalla malattia, dalla schiavitù, dalla discriminazione, dai conflitti», dall’abbandono.
Se, come chiede Papa Francesco, dovremmo «fermarci e chiederci: cosa ha portato alla normalizzazione del conflitto nel mondo? E, soprattutto, come convertire il nostro cuore» per cercare veramente «la pace nella solidarietà e nella fraternità?», non sarebbe così inaudito fermarci e domandarci anche chi o cosa abbia nel tempo “normalizzato” la condizione di abbandono per milioni di bambini nel mondo, nel migliore dei casi considerati soggetti minori, ai quali è tuttavia non riconosciuta e tutelata alcuna dignità filiale? Come convertire i nostri cuori per riuscire a vedere nella loro dignità filiale l’autentica ragione che dovrebbe muovere l’intero mondo per assicurare loro una famiglia e non solo assistenza e ospitalità negli istituti?
Diventa forse necessario e urgente «un processo educativo» alla cultura della cura, ben presente nelle trame di tantissime famiglie laddove «s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco», affinché si sviluppi nel più ampio tessuto collettivo: scuole, associazioni, comunità ed ogni ente od organismo sociale sono chiamati a sostenere «un sistema di valori fondato sul riconoscimento della dignità di ogni persona e dei diritti fondamentali che ne derivano».
Senza cultura della cura non può esserci pace
Anche i responsabili delle diverse religioni – nella loro particolare funzione – possono svolgere «un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili», tra questi sicuramente i bambini, ora abbandonati, ora migranti, ora affamati, ora in difficoltà familiare, ora sfruttati, ora ammalati, ora arruolati, ora abusati, ora scartati, ora…
Papa Francesco ritiene che non possa esserci pace «senza la cultura della cura»; per questo è necessario un impegno comune e globale teso a riconoscere, «proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti», nessuno escluso, dedicandosi «alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca».
Gianmario Fogliazza
Centro Studi La Pietra Scartata
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