In questa notte tornano vivaci e chiare alla memoria, le esperienze dei bambini abbandonati, della loro trepidante attesa, vissuta giorno dopo giorno per “anni, interminabili, lunghissimi, talora angosciosi” di una buona notizia.
Il Messaggio che il Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana rivolge quest’anno a tutti gli italiani in occasione del Santo Natale, segnato inevitabilmente da un’inedita e sofferente stagione, propone e svolge una riflessione colma di speranza, non certo ingenua ma in grado di esibire affidabili ragioni per non soccombere, schiacciati dalla delusione o dalla disperazione.
Il messaggio viene introdotto da un quesito capace di raggiungere tutti e sollecitare ciascuno di noi; è certamente in grado di essere raccolto anche da quanti hanno attraversato l’esperienza dell’abbandono e quella dell’accoglienza familiare: «Quante volte ci è capitato di attendere trepidanti una buona notizia che riguarda noi stessi, i nostri cari, i nostri amici o la comunità in cui viviamo? Sembrano momenti interminabili, lunghissimi, talora angosciosi. E questo, soprattutto, quando è in gioco qualcosa d’importante o la vita stessa».
I bambini abbandonati e la trepidante attesa di una “buona notizia”
Osiamo in questa occasione, con sommo rispetto di tutte le diverse tragedie di questo e di ogni tempo, rileggere le parole dei Vescovi assumendo, con umiltà, la prospettiva dei bambini abbandonati, quella delle famiglie accoglienti – adottive e/o affidatarie – e di quanti operano a tutela e sostegno dell’infanzia abbandonata negli istituti/orfanotrofi del mondo.
Tornano, infatti, vivaci e chiare alla memoria, le esperienze dei bambini abbandonati, della loro trepidante attesa di una buona notizia, capace di condurre a termine lo stato di abbandono grazie ad un’accoglienza, attesa e vissuta giorno dopo giorno per «anni, interminabili, lunghissimi, talora angosciosi».
«Sono istanti – proseguono i Vescovi italiani nella loro riflessione con lo sguardo rivolto alla pandemia – in cui scorrono i fotogrammi della storia personale e, guardandoli attentamente, si ridimensionano le velleità, si rimpiange il tempo perduto, si apprezzano le cose genuine anche se piccole, si ringrazia per i doni ricevuti immeritatamente».
Per milioni di bambini e ragazzi questi sono, invece e paradossalmente, istanti in cui scorrono i fotogrammi di una storia personale mai vissuta, ma solo intuita, sognata, sperata; sono attimi in cui si rimpiange il tempo filiale perduto. Questa è anche la ragione che istruisce il tema dell’urgenza dell’accoglienza, poiché ogni istante passato da “minore abbandonato solo assistito” e non “accolto come figlio”, è un vissuto mancato e il tempo dell’infanzia, se perso, non torna.
Come sottolineano i Vescovi, indicando per analogia la condizione del popolo d’Israele di tanti secoli fa, «l’attesa di una novità radicale e definitiva in una situazione di oppressione e di affanno è anche la condizione di ciascuno di noi, delle nostre comunità, delle nostre famiglie, della nostra società», di milioni di bambini nel mondo ancora abbandonati.
È fondamentale che per ogni “oppressione” o “affanno”, per ogni persona afflitta e in attesa di una novità profonda e definitiva, ci sia qualcuno «in ascolto delle fatiche, delle speranze, dei bisogni materiali» e spirituali, sempre capace «di guardare alla speranza, alla Stella»: per quanto ridotte numericamente e insufficienti a raccogliere il desiderio di famiglia di milioni di bambini, la continua presenza di famiglie disponibili ad accogliere, in adozione o in affido, i bambini abbandonati o in difficoltà, costituisce quel prezioso e insostituibile motivo di speranza che andrebbe sempre e senza indugi incoraggiato e sostenuto.
Le famiglie accoglienti sono un prezioso e insostituibile motivo di “speranza”.
Per chi attraversa la storia con la speranza del Signore Gesù risorto, «l’ascolto si fa preghiera e questa spinge all’impegno concreto»; per questa ragione, insieme a moltissime altre persone di buona volontà, anche il mondo dell’accoglienza (famiglie, volontari, operatori, …) è incessantemente impegnato, «nonostante le immani difficoltà» che si è trovato e si ritrova ad affrontare, ad offrire il proprio piccolo contributo con segnali e prospettive di «possibile rinascita».
È quindi fondamentale che nessuno resti solamente tradito nella trama della propria esistenza e disperso in solitudine nelle “notti” della propria storia: a nessuno deve mancare il lieto annuncio, «la notizia attesa da sempre», che «nel silenzio della notte» sappiamo sarà portata da un “Angelo”: «Vi annuncio una grande gioia: oggi è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore (cf. Lc 2,10-11). La luce del Mistero incarnato squarcia le tenebre» e l’attesa si trasforma in solenne inno di lode e di ringraziamento.
“Un Natale meno scintillante non è un Natale meno autentico”
Questo l’annuncio, antico e sempre nuovo, che, contemplato in Avvento, viene ora consegnato dai Vescovi «alla comunità cristiana in questo Natale: nella grotta di Betlemme, in modo paradossale, risplende tutta la luce gentile del nostro Dio. In ginocchio davanti al Bambino, insieme con Maria e Giuseppe, siamo consapevoli della nostra finitudine e vulnerabilità, percepiamo appieno la nostra debolezza di fronte alla potenza della nascita del Salvatore, che non ha esitato a farsi piccolo tra i piccoli per venire in mezzo a noi. Quel Bambino è la notizia che attendevamo; è lui il Messia che incoraggia i discepoli ad andare per le strade del mondo; è lui la pace che vince le guerre e le paure; è lui la salvezza che viene dall’alto e che ci rende una comunità di risorti».
«Ogni Natale – concludono i Vescovi – è diverso dagli altri e questo, in particolare, sarà probabilmente il più difficile per molti, se non per tutti. Ma un Natale meno scintillante non è un Natale meno autentico: ricerchiamo nel nostro cuore quello che conta realmente, ciò che ci rende uniti a chi amiamo, ciò che è davvero indispensabile. Come Pastori, come sacerdoti, ma prima ancora come membra di uno stesso corpo, siamo accanto alla sofferenza e alla solitudine di ciascuno per prenderne una parte, per sollevare insieme un pezzo di croce e renderla meno pesante».
Raccogliendo l’invito a «farsi trovare pronti la Notte di Natale, quando la buona notizia del Bambino Gesù busserà alla porta dei nostri cuori», spalancheremo volentieri ancora una volta le porte «al Signore che nasce», cercando di essere sempre pronti e disponibili nel «salire, un passo alla volta, tenendo la mano del fratello, sul monte del dolore dell’umanità per annunciare a tutti che il nostro Dio è ancora l’Emmanuele, è il Dio-con-noi»: l’abbandono non può essere e non sarà l’ultima parola nella storia dei bambini abbandonati.
Gianmario Fogliazza
Centro Studi La Pietra Scartata
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