L’affido, con le sue note difficoltà, mette nelle condizioni di dover rinnovare continuamente la propria scelta, ogni giorno, specialmente nelle situazioni più sfidanti sapendo di essere parte di un progetto grande di salvezza
“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.” (Gv. 19, 25-27).
In questo gesto di Gesù, oltre alla fondazione della Chiesa, comunità di credenti, che si può considerare così avvenuta ancora prima della Pentecoste, c’è anche la nascita di una vera nuova famiglia umana, quella di Maria e di Giovanni, che da ora in poi vivranno nella stessa casa e saranno come madre e figlio.
Una famiglia che non nasce dai legami di sangue, ma che nasce dall’amore, da un dono amorevole.
Nasce dal cuore di Gesù stesso che, prima di morire, in mezzo alle atroci sofferenze della croce, fa questo gesto d’amore grandissimo: a sua madre, già vedova, che deve assistere alla morte del suo unico amatissimo figlio, il mistero della cui vera identità lei custodisce nel profondo del suo cuore, dona per il proseguo della vita terrena come nuovo figlio Giovanni, il più giovane dei dodici, ancora un ragazzo, quello che tra i dodici era amato di un amore tenerissimo e particolarissimo da Gesù, figlio di Zebedeo (vivente almeno al momento della chiamata sulla riva del Lago), forse orfano di madre, ex pescatore e, secondo la tradizione, autore del quarto Vangelo e del libro neotestamentario dell’Apocalisse.
Facendo un passo indietro di 33 anni rispetto al momento della Passione di Cristo, possiamo mettere in parallelo la vocazione di Maria, come potremmo fare anche con tanti altri personaggi che la Bibbia ci presenta che hanno detto sì, con la vocazione all’affido di una famiglia qualsiasi. Di fatto anche Maria agli occhi degli uomini era, al momento della chiamata dell’arcangelo Gabriele, una ragazza “qualsiasi”.
Questa famiglia “qualsiasi”, quando si mette a disposizione per un’accoglienza, parte al buio, si affida affascinata da quella chiamata: solo sapendosi affidare si può essere affidabili e dunque predisposti ad accogliere un bambino in difficoltà. Quando molte voci intorno la spingono a non complicarsi la vita e a godere di ciò che ha, solo l’affidarsi a qualcosa che sente essere veramente grande la porta a muoversi liberamente, sulla fiducia che accadrà qualcosa di ancora più bello di ciò che ha. È stato probabilmente lo stesso per Maria, al momento della sua vocazione: è stata scelta, si è fidata e il Signore le ha affidato addirittura suo figlio, la Parola fatta carne.
Così come era stato per Abramo che si è messo in viaggio su indicazione di Dio senza conoscere la meta. Lo stesso è stato per Mosè, Samuele, Isaia…
Maria sente la voce dell’angelo. A volte, come nel caso di Giona, il personaggio biblico sente la voce direttamente di Dio, ma non vuole rispondere, fugge lontano. C’è chi si sente indegno di stare in presenza di Colui che chiama, come Isaia e Pietro. C’è chi ha paura di perdere quello che ha, come il giovane ricco del Vangelo, e chi prova un senso di inadeguatezza rispetto alla missione affidatagli, come Mosè e Gedeone. Anche Geremia va in crisi nel corso della sua missione. Dio non libera dal dramma della scelta, ma semplicemente rinnova la sua chiamata. Perché Dio insite! Non ci molla! D’altro canto si comporta come ogni genitore quando desidera che il proprio figlio faccia qualcosa che ritiene essere un’esperienza molto bella ed importante.
A volte, alcune famiglie capiscono che è proprio Dio che le chiama, riconoscono l’origine della chiamata in un passo di Vangelo, nelle parole di un amico (l’angelo), in un avvenimento ben preciso. In altri casi hanno coscienza di una vocazione ma non ne percepiscono l’origine. A volte, alcune famiglie tentano di sfuggire alla propria vocazione. Altre famiglie si sentono indegne o inadeguate. Altre hanno paura di perdere quello che già hanno.
Per tutte queste situazioni, è comunque importantissimo un cammino di maturazione e discernimento. Le famiglie arrivano alla decisione finale positiva solo dopo percorsi lunghi ed elaborati che prevedono incontri con psicologhe, assistenti sociali, pedagogiste, a volte un padre spirituale, letture svariate e approfondite. Tutti invitano a riflettere, valutare, considerare … ma nulla le ferma.
Quando si danno disponibili, alla fine di questi percorsi, le famiglie in un certo senso sono come Maria che, al momento dell’annuncio, si è messa semplicemente a disposizione, ma alla luce di una conoscenza approfondita delle Sacre Scritture. Non con incoscienza, ma con la coscienza di chi sa e ha fede. In silenzio, durante la gravidanza e crescendo Gesù, sicuramente anche Maria ha cercato di comprendere dove il suo Dio la stava portando, sempre con una grande fiducia in chi l’ha chiamata. Il sì iniziale di Maria viene da lei rinnovato continuamente, ogni giorno, senza ribellarsi e senza scappare, nell’umile consapevolezza di essere parte di qualcosa di talmente grande da non poter essere compreso fino in fondo e che quindi richiede fede.
Così succede alla famiglia affidataria. Non è sufficiente dare il proprio assenso iniziale. L’accoglienza con le sue note difficoltà mette nelle condizioni di dover rinnovare continuamente la propria scelta, ogni giorno e specialmente nelle situazioni più sfidanti sapendo di essere parte di un progetto grande di salvezza. Con la fede che anche per quel bambino “sfortunato”, il Signore ha preparato qualcosa di buono.
Quel primo sì e tutti i successivi, hanno portato Maria fin sotto alla croce con Giovanni, dove la maternità di Maria, per volere di Gesù, si dilata improvvisamente.
Questa maternità dilatata è sicuramente in grado di ispirare e fare da riferimento a tutte le mamme e papà accoglienti, chiamati appunto ad una maternità/paternità dilatata. Come il Figlio ha donato alla madre tutti i fratelli con il suo sacrificio, così Lui stesso dona ai genitori affidatari alcuni dei suoi e nostri fratelli più piccoli, secondo gli imperscrutabili piani di Dio.
Ma il sì all’affido per una coppia non è, a ben pensarci, il primo in assoluto. Il primo è il sì alla vita. Nell’amore che si accende tra due fidanzati, dopo il periodo del fidanzamento, “ci si consegna reciprocamente in un sì senza condizioni con il sacramento del matrimonio, si realizza un affidamento originario alla volontà di Dio nel quale può crescere un amore senza calcoli e condizioni che diventa ospitale di tanti figli quanti la volontà di Dio ne vuole affidare” (come afferma Don Alberto Cozzi, docente di cristologia alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, nel suo articolo pubblicato sul numero 5 della rivista Lemà Sabàctani) e nelle modalità che solo la Sua illimitata fantasia conosce. Anche Maria, che già era stata sorpresa dalla creatività di Dio che aveva voluto che lei concepisse il Redentore nel modo inaudito che conosciamo, si trova di fronte a “una fecondità nuova ed inattesa, che solo la logica del seme che produce trenta-sessanta- cento può fare intuire” (ancora Don Alberto Cozzi nello stesso articolo).
È ammirabile inoltre nella disponibilità di Maria all’affidamento totale, un atteggiamento che possiamo definire come “santa indifferenza”. Si tratta di quella disposizione dell’animo di chi non si lascia condurre da desideri puramente umani, non preferisce la gloria all’umiliazione, la ricchezza alla povertà, la salute alla malattia, ma si affida liberamente e totalmente alla volontà di Dio. Questa santa indifferenza, di cui hanno scritto tra gli altri Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, e il grande teologo cattolico svizzero del ‘900 Hans Urs von Balthasar, rappresenta di fatto la condizione necessaria per lasciarsi guidare dallo Spirito Santo che vive in noi e che ci spinge a “realizzare nella concretezza la nostra vocazione, in relazione al fine ultimo delle nostre esistenze, che è l’accrescimento della gloria di Dio” (Don Alberto Cozzi, nell’articolo già citato).
Impossibile pensare di essere nelle condizioni spirituali in cui era Maria durante la sua vita, non gravata dal peccato originale, ma possiamo comunque guardare a lei come ad un modello: grazie al suo affidamento, Dio ha potuto compiere l’opera della redenzione attraverso la quale continua a operare nel mondo per condurre l’umanità verso un destino di bene. Destino di bene che è necessario far sperimentare, anticipandolo anche se per un breve periodo, a ogni bimbo che per la sua storia può solo sperare esista per lui qualcosa di meglio di ciò che ha sempre sperimentato nell’abbandono.
L’allora arcivescovo di Milano Cardinal Carlo Maria Martini nel 2000 ha scritto una lettera pastorale alle famiglie ambrosiane intitolata “La Madonna del Sabato Santo”. Il Cardinale scriveva: “(il Sabato santo) è un sabato di grande silenzio, vissuto nel pianto dai primi discepoli che hanno ancora nel cuore le immagini dolorose della morte di Gesù, letta come la fine dei loro sogni messianici. È anche il Sabato santo di Maria, vergine fedele, arca dell’alleanza, madre dell’amore. Ella vive il suo Sabato santo nelle lacrime ma insieme nella forza della fede, sostenendo la fragile speranza dei discepoli”.
Carlo Maria Martini ci porta a contemplare Maria che, dopo il grande strazio del venerdì, vive il sabato santo nella grande consolazione del cuore e della mente che le viene donata da Dio, consolazione cui non è estraneo il presagio della Resurrezione, di cui Maria immaginiamo sia stata fatta partecipe. Maria, così consolata, riesce addirittura a consolare a sua volta gli amici di Gesù, distrutti da quanto successo.
Anche questo interpella chi ha fatto esperienza di un’accoglienza famigliare temporanea: quando un bambino torna nella famiglia di origine o viene adottato, un affidatario affronta il dolore per l’apparente perdita di un figlio. Assistere però alla nascita di una famiglia nuova o rinnovata ne è la calda consolazione. Allo stesso modo in Maria, il dolore della apparente perdita del Figlio è consolato dal grande dono della nascita della Chiesa, ovvero la nuova famiglia di Maria e Giovanni e la comunità giovannea, dei discepoli che si stringono attorno alla nuova famiglia, credono in Gesù e continuano la Sua rivelazione al mondo.
I genitori affidatari, nel dolore per il distacco dal bambino affidato, partecipano alla generazione di un bambino nuovo, un figlio finalmente, così come Maria, nel suo dolore, partecipa attivamente alla generazione dell’uomo nuovo: il credente, il cristiano, il vero discepolo di Gesù, il figlio di Dio.
(Approfondimento n.8) (Per leggere la puntata n.7 QUI)
Cristina Riccardi e Paolo Pellini
Comunità La Pietra Scartata
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