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I diari di un educatore. Accompagnare l’abbandono è l’attività che qui svolgiamo (2)

Le riflessioni di un educatore in un diario dei suoi primi mesi di esperienza in una comunità di accoglienza per minorenni

Cosa significa entrare come educatore in una comunità di accoglienza? Che cosa significa accompagnare l’abbandono? Dopo aver precedentemente raccontato il primissimo periodo di tre mesi di esperienza, un educatore riporta il suo breve diario sul periodo immediatamente successivo, quello che ha coperto i mesi estivi. ( Per leggere la prima puntata QUI)

LUGLIO. Specià la terza unda (Aspettare la terza onda)

Sta finendo il quarto mese dall’inizio del mio lavoro come educatore di comunità di adolescenti.

“Voglio andare in adozione, anzi, in affido”. È stata una settimana difficile per il giovane. La gita di gruppo sul lago nella sua terra natale, nella quale ha potuto anche incontrare i suoi cari dopo otto mesi. Otto mesi sono tanti, il lockdown non ne è durato due?

Il ragazzo pigro, indolente, nervoso che occupa i divani della comunità bestemmiando spesso dietro ad una app che non gli permette di vincere facilmente si sbrina alla vista dell’acqua dolce. Si tuffa, per primo, mentre gli altri pucciano con diffidenza i piedi.

Accidenti, l’orso sa nuotare! Nonostante la panzetta che ha messo su.
Una carica inedita, mai visti così tanti movimenti da parte sua. Solo risate e nessun santo scomodato. Trascina tutti tra le onde e ci insegna a fare il bagno in quel punto del laagh.

Il pomeriggio passato con i suoi affetti, un rientro sereno, poi il buio.

Rabbia, urla: è tornato ad essere abbandonato. Ha, inoltre, scoperto che la distanza dal suo specchio d’acqua non è così abbondante come pensava prima.
Gli operatori lo calmano e un giochino sul cellulare, probabilmente, lo seda per farlo tornare nel suo stato di attesa.

Passano due giorni.

“Voglio andare in adozione, anzi, in affido”. Parole forti, troppo grosse forse per essere consegnate a queste mura e sicuramente troppo pesanti per essere digerite da me appena dopo aver cenato. Parole fuori dal gioco, di chi è in attesa di qualcosa di preciso, qui di solito i desideri sono spannometrici.
“Voglio una famiglia normale, però con le stesse regole di qui”. Ecco la seconda ferita di chi, prima di essere abbandonato, ha fatto in tempo a soffrire nella strana casa di mamma e papà. La comunità aiuta in questo caso a cicatrizzare.

Dopo la permanenza fallita in famiglia affidataria ci può essere solo la comunità, chi può sostenere il contrario? Lo sostiene un ragazzino che, nonostante le sventure, aspetta ancora, con lo smartphone in mano, la terza onda.

Pensiero: c’è grazia nell’affido?

Immagino la grazia nel vedere in una coppia la cicogna arrivare o nell’andare ad incontrare il bimbo che, grazie ad un percorso adottivo, diverrà tuo figlio. Non fatico ad immaginarmi questo, è grazia nel dono.

Accogliere un minore in affido, invece, cambia un po’ le cose. Arriva in famiglia un figlio non tuo, ti chiede di offrirgli le tue risorse in cambio dei suoi problemi. E fossero solo i suoi! Ti rovescia confusamente in casa le difficoltà che la sua famiglia d’origine, prima dell’allontanamento, gli ha cucito addosso.

Sì dai, basta tenere duro i primi tempi e poi il nastro hollywoodiano inizia a scorrere per mostrare una bella storia di redenzione”, non è sempre così. Alcuni affidi falliscono, alcuni bambini non riescono a stare in una nuova famiglia e vengono inseriti in comunità. Può accadere che chi accoglie non riceve mai riconoscenza. Inoltre l’affido prima o poi finisce.

Ma allora, esiste una grazia nell’affido?

Fosse sempre l’accoglienza temporanea un’esperienza di martirio non si farebbe fatica a trovare la grazia divina nell’estremo sacrificio. Però, grazie al cielo, non è sempre così, a volte il nastro hollywoodiano scorre liscio.
Tuttavia, come i film americani ci hanno insegnato, ogni racconto intrigante include una fase di crisi, di difficoltà, di delusione. La complessità della vita di bambini e ragazzi divisi effettivamente tra più famiglie, i cui ricordi sono sparpagliati tra molte abitazioni diverse, amplifica l’impatto della botta contro ogni ostacolo. Ai loro problemi e alle loro domande la figura accogliente non trova sempre una soluzione.

È proprio quando tutte le sette camicie sono sudate, è quando tutte le strade sono state tentate, è quando si molla che la grazia può agire nell’affido. L’attività umana, non riconosciuta più come efficace, si pensiona e lascia campo all’azione del divino. Che agisce nei nostri angoli cechi, oppure, oltre il confine dei nostri limiti.

È strano a dirsi e, probabilmente, difficile da accettare ma è solo quando si alza bandiera bianca che si permette alla storia di un giovane in affido d’incontrare la grazia del divino, che è altro dai nostri buoni propositi e programmi.

AGOSTO. Le ferie?

Sta finendo il quinto mese dall’inizio del mio lavoro come educatore di comunità di adolescenti.

Seicento metri, non di più, e una brutta giornata di pioggia a rendere insidiosi i tornanti che risalgono la valle. Il tempo è così grigio che sembra di trovarsi dentro una nuvola, non si vede venti metri più in là. “Siamo nel cielo!” esclama uno dei ragazzi seduto su uno dei sedili posteriori della macchina.
Per un attimo la continua cantilena della lamentela del troppo caldo o del troppo freddo, del troppo tanto o del troppo poco, lascia spazio all’entusiasmo. Lo riconosco incrociando il suo sguardo nello specchio retrovisore.

Del resto, è quello che uno si aspetta dal primo giorno di vacanza: un po’ di leggerezza. Giusto i minuti necessari ad arrivare all’hotel che avrebbe accolto la comunità nei giorni seguenti che tutto, escluso il tempo, cambia. Rincominciano le lamentele, rincominciano le polemiche, rincominciano i litigi.
L’abbandono non va in vacanza? Le idee dei ragazzi rimangono compresse dai oro problemi e le loro fragilità, fuori dalle mura di casa, emergono più platealmente.

Mi torna in mente che alla loro età vivevo alcuni gironi d’estate con i miei amici viaggiando, o gironzolando, per l’Italia, la Francia, l’Irlanda, il Regno Unito. Per loro, invece, fare il giro del tavolo da pranzo per chiedere al cameriere un bicchiere d’acqua in più è un’impresa da incoraggiare. Noi educatori veniamo, anche qui, istituiti dai ragazzi come filtro per gestire la loro relazione con il mondo esterno, un mondo della complessità del bar e della piazza di un paesino di montagna. Ci ritengono fautori e responsabili di ogni cosa che accade, anche del clima che, grazie al cielo, migliora un po’.

La comunità, invece che restare per qualche giorno in pianura con le tapparelle abbassate è stata portata fin sui monti. L’abbandono non va inferie e non fa break, le sue ferite non smettono mai di sanguinare.

Allora perché tutto questo? Sarebbe stato più semplice dire ai ragazzi “non si può partire nell’estate del Covid-19”, lo avrebbero accettato. Non si sono goduti la vacanza più di tanto. Tutto sommato però, per dieci minuti abbiamo portato nel cielo un ragazzo, tutto il tempo di arrivare all’hotel.

SETTEMBRE. La Costituzione della strada

Sta finendo il sesto mese dall’inizio del mio lavoro come educatore di comunità di adolescenti.

Ci sono, ti ascolto ragazzo. Anche se non te ne accorgi, anche se tu non lo sai, ultimamente sto imparando.
Quell’immagine da bulletto, alla quale ti fu chiesto di aderire per poter spacciare senza soffrire senso di colpa, ora, si fa rossa d’imbarazzo davanti ad un sorriso accogliente. Così, paradossalmente, partono imprecazioni, minacce, provocazioni. Il risultato dello scontro tra due parti di un’anima lacerata dalla bruttezza vissuta, a zonzo per la città di provincia pur di non stare in casa.

“Io sono del ghetto, nel ghetto, per il ghetto, se questo poi non è più intorno a me perché sono in comunità fa niente. Lo ricreo e lo rievoco intorno a me”, forse l’ho capito il tuo pensiero, ormai.

Le regole di violenza della via sono una maschera che nasconde e fagocita le tue emozioni, quelle di rabbia, certo, ma non solo. La gioia per una bella giornata, la soddisfazione per un successo ottenuto, la preoccupazione per un amico che non ce la fa…tutti questi corsi d’acqua confluiscono nel fiume dell’aggressività. Si formano così pericolose correnti, di quelle che tirano giù.

Il timore di affogare tiene spesso tutti lontano e non permette di ascoltare il rumore di queste confluenze che sembrano giurare a bassa voce “ti voglio bene quindi ti insulto”. Tutto sommato non è difficile immaginare come si sia arrivati a questo, è la costituzione della strada, dove esiste solo rabbia. Difficile sopravvivere dentro questo regime! Provochi, fai arrabbiare, è un tentativo di creare uno straccio di connessione emotiva, al tuo meglio. Inutile dire che alla lunga l’effetto che ottieni è il contrario, come se un gambero provasse a camminare in avanti con le gambe montate al contrario.

È quando l’insulto inizia ad accompagnarsi ad un sorriso corrisposto e a farsi riconoscere come una vecchia tradizione che tradisce la sua mitica brutalità. “Per favore ascoltami, dedicami un po’ più di tempo, ne ho bisogno! Anche se non te lo dirò mai”.

Davide Pellini

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