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Silvia Vegetti Finzi “Perché non facciamo più figli? Non abbiamo insegnato alle nostre figlie la bellezza della maternità”

“Il mammo è un errore. Noi abbiamo bisogno di padri, non di mammi. La dissimmetria è un valore, io amo l’altro non il mio simile.”

Facciamo sempre meno figli e l’emergenza sanitaria di certo non aiuta. La sfiducia nel futuro aleggia nell’aria, ma è solo la punta di un iceberg. Perché di figli non ne facciamo ora, ma non ne facevamo neanche prima.

Colpa della difficoltà di affermarsi nel lavoro, di una precarietà sempre più incalzante, di pochi sostegni alla maternità ed alla famiglia, ma forse anche di una società sempre più orientata su altre “priorità” che non è riuscita ad insegnare alle proprie figlie l’importanza della maternità.

Vi abbiamo insegnato ad essere figlie e non ad essere madri” sottolinea la psicologa e accademica italiana Silvia Vegetti Finzi in una bella intervista realizzata dal Corriere della Sera, che fornisce una chiave di lettura significativa ed interessante sulla maternità oggi.

Ne riportiamo di seguito alcuni stralci:

Non facciamo più figli.
“Ma la colpa è anche nostra”.

Si spieghi meglio.
“Io ho ottantadue anni, sono entrata nel movimento femminista tardi, nel 1980, ma sono poi stata molto attiva. E la mia generazione ha sbagliato a non proporre una nuova idea di maternità alle giovani donne di allora, oggi ultra quarantenni”.

Avete insistito troppo sulla realizzazione professionale?
“Vi abbiamo insegnato ad essere figlie e non madri. A fare carriera e non a costruire un nuovo modello di maternità. Vi abbiamo spinto a cercare madri simboliche, da Virginia Woolf ai modelli più attuali, cercando di tenervi sempre in una condizione “filiale” e non “generatrice”. Non vi abbiamo passato il libretto delle istruzioni. Così oggi ci sono migliaia di quarantenni che non hanno avuto figli e quando chiedo loro il perché di questa scelta la risposta è quasi sempre “Perché c’erano altre priorità”.

Non solo. Negli anni Ottanta c’è stata una corrente di pensiero che ha provato a demolire la maternità.
“Che grave errore che abbiamo commesso, è il momento di riconoscerlo”.

Però si deve a voi se oggi tante ragazze non hanno paura di confrontarsi con i colleghi uomini a scuola, all’università e sul lavoro.
“Certo, ma sappiamo quello che succede: sono bravissime negli studi, si laureano meglio e prima degli uomini, magari cominciano a lavorare presto ma poi? Poi, scompaiono. Spariscono nel percorso della carriera e nella crescita professionale. Spesso per il cosiddetto «soffitto di cristallo», ma spesso anche perché non riescono a conciliare la maternità con il lavoro. Quello che avremmo dovuto fare è elaborare una maternità migliore, non cancellarla”.

Così, mentre l’idea di famiglia in qualche modo si recupera — pensiamo alle famiglie allargate o a quelle costruite sul senso di comunità —, la maternità è difficilmente recuperabile nella sua natura simbolica.
“Esatto. È una perdita anche culturale. Pensiamo solo all’Italia: siamo il Paese delle madri, dalla forma più discutibile come il “mammismo” a quella più nobile, cioè quella delle grandi rappresentazioni iconografiche della maternità religiosa. Eppure la sa una cosa? Ogni volta che ho proposto alle femministe una riflessione sulle annunciazioni nella pittura, mi hanno risposto molto freddamente”.

Le annunciazioni sono uno scrigno di simboli materni: la paura, il coraggio, la dedizione, la crescita personale.
“Aggiungo una cosa. In molte rappresentazioni mariane non c’è solo Gesù, c’è anche il piccolo Giovanni. I due bambini vengono raffigurati come coetanei ma fisicamente diversi: il Cristo è delicato e angelico, Giovanni è materico, ricciuto, a volte vestito di pelli di animali. Io ci vedo un messaggio di profondità straordinaria: il bambino del giorno e il bambino della notte. Quello reale e vissuto e quello non vissuto e non elaborato. Pensi quanto sarebbe importante per il femminile studiare ed assimilare tutto questo. Invece nulla. E allora che cosa vediamo? Maternità conflittuali, difficoltà ad integrare i ruoli e, per riflesso, una paternità debolissima”.

Il “mammo”?
“Che errore. Noi abbiamo bisogno di padri, non di mammi. La dissimmetria è un valore, io amo l’altro non il mio simile. Ma d’altra parte questo è il risultato di una maternità confusa. Il padre, simbolicamente, non esiste finché la madre non lo indica come tale. È sempre la madre che definisce la figura paterna e, al tempo stesso, ne trae forza. Bisogna capire che distilliamo potenza dalla differenza“.

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