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“Quando ho perso il quinto figlio, in quel momento ho sbattuto la testa contro la mia fede”

Un percorso di conversione e di vita dopo un’adolescenza difficile. “Abbiamo capito che era Dio a guidarci”

La vita di Rachele Sagramoso, sposa, mamma di ben sette figli, ostetrica e blogger, oltre che collaboratrice del quotidiano cattolico La Croce, è cambiata dopo uno, anzi, due eventi tragici: il tentato suicidio della madre, separata e, successivamente, la perdita di un figlio in grembo. Prima di allora, la sua esistenza sembrava quella, essenzialmente nichilista, di tanti uomini e donne della sua generazione. A raccontare questo cambiamento è stata lei stessa, con un’intervista ad Aleteia.org.

“Mio marito – racconta – l’ho conosciuto il 6 giugno del 2000, il giorno che tornavo da quello che sarebbe stato il mio ultimo esame di Scienze dell’educazione: psicologia dello sviluppo. Studiavo a Firenze e presi 28, ancora me lo ricordo. Avevo avuto una storiella con un ragazzo molto immaturo, venivo da un’adolescenza turbolenta e difficile, dico sempre che ho smesso di vivere a 10 anni e ho ripreso a 20. I miei genitori sono sempre stati due eserciti in guerra l’uno contro l’altro, non ho un ricordo di loro che ridono, che scherzano. Ho sempre saputo che si sarebbero separati, se lo ricorda anche la mia maestra delle elementari. Sono figlia unica e ho trascorso la mia adolescenza all’inizio con mio padre e in un secondo momento con mia madre. Non è stato bello né stare con lui, né con lei. Mia mamma era una docente universitaria, tornava la sera dopo di me, perciò ero assolutamente libera, ma era una libertà finta. Di quelle, che quando hai 15 anni, ti fanno pensare di aver la madre ganza che ti fa fare quello che ti pare: montare in macchina con chi vuoi, in moto, fumare quello che ti pare. Poi invece quando arrivi a 18 anni cominci a pensare che forse non è stato così positivo come credevi prima. Mia mamma ha fatto con me l’opposto di ciò che ha vissuto lei come figlia”.

“Il punto più basso della mia adolescenza – prosegue – è stato il 20 novembre del 1998, il giorno in cui mia madre tentò il suicidio. Ero in casa insieme a lei ma non sapevo che ci fosse. Prese un sacco di farmaci, bevve parecchi alcolici, si chiuse in uno sgabuzzino molto basso che avevamo nel nostro appartamento e andò in coma. (…) È stata due mesi in coma nel reparto di rianimazione, due mesi allucinanti, non so come riuscissi a dare gli esami, presi anche la patente. Poi uscì dal coma, io credo di aver pianto 4, 5 mesi dopo. Ho tenuto duro, duro, duro, non ricordo di non aver mai potuto tirare il fiato, ho sempre vissuto in tensione. Poi mia madre si trasferì a casa di un suo amore giovanile – con il quale tuttora convive – l’uomo che aveva lasciato prima di incontrare e sposare mio padre, e solo a quel punto ‘mi calò l’adrenalina’”.

“Un giorno – spiega ancora Rachele – camminando entrai in una chiesa mi ritrovai davanti al Santissimo e dissi al Signore: ‘Scusami, adesso basta, non ne posso più’. E Lui penso proprio mi abbia ascoltato. Avevo deciso di fare un po’ di volontariato anche per smettere di concentrarmi su me stessa. Per cui vado alla Croce Verde e prendo informazioni sul corso per stare sull’ambulanza, e così comincio l’indomani dopo l’esame all’università. Mi siedo, e dopo un po’ inizio a parlare con questo ragazzo che successivamente mi confida che mi aveva già visto, mi puntava, ed era lì perché voleva conoscermi. ‘Comunque io sono Luca, io sono la Rachele’, chiacchieriamo, siamo passati a farci gli squillini. Mi porta fuori a cena, e ricordo una scena memorabile. Sono stata così franca con lui che avrà pensato: ‘o scappo o la sposo, non ci sono alternative’. Eravamo davanti a una pizza e gli dissi: ‘guarda, o costruiamo una famiglia o zero, e ti levi di tre passi perché ho ben altro da fare nella mia vita’. Poverino, rimase con il boccone a mezz’aria, con la mozzarella che colava, non aveva neanche 23 anni. E lui: ‘Ah bene, a me va bene’. Il 6 giugno del 2001 è venuta al mondo Rebecca. Io sono nata quel giorno, il giorno che è nata mia figlia. Noi ci eravamo sposati a marzo”.

La fede di Rachele, comunque, per sua stessa ammissione, era ancora “molto morbida, ‘scialla’.(…) Una fede d’abitudine”. Poi l’evento che ha cambiato la sua vita. “Io ho avuto quella che chiamo conversione dopo la nascita del mio quarto figlio, anche se il mio don dice che ho semplicemente aperto gli occhi, comprendendo che la fede non è una scala di grigi: o c’è o non c’è. Ho rischiato la pelle con il parto, ho avuto un’emorragia copiosa, ho subito un intervento grosso perché la placenta era accreta (una placenta eccessivamente adesa alla parete dell’utero NdR), per cui quando rimasi di nuovo incinta ero terrorizzata e ho vissuto malissimo l’inizio di quest’altra gravidanza. La gestazione poi non proseguì e mi sentii tanto in colpa per aver perso questo bambino, in quel momento ho sbattuto la testa contro la mia fede. Così ho iniziato un percorso di ricerca personale e pian piano mi sono riavvicinata, ma son ben lungi dall’essere una persona di fede matura. Mio marito è stato molto bravo a seguirmi quando ho cominciato a voler andare a messa, è sempre venuto, non si è mai rifiutato”.

Dopo quella conversione, sono arrivati altri tre figli. “Non è stata – conclude Rachele Sagramoso – una scelta di fede avere tanti figli, essere aperti alla vita. Sapevo, anzi, sapevamo, che avremmo avuto un po’ di bambini, come un destino ma anche un desiderio. L’unica figlia che abbiamo ‘progettato’ è stata la Anna, la terza. Ho conosciuto mio marito vedendolo già come padre dei miei figli, non so com’è Luca senza figli, mi sono innamorata di lui immaginandolo papà. Per cui è come se Qualcuno – mi ci è voluto di tempo per capirlo perché sono di coccio – ci avesse voluto dire: ‘quella è la vostra strada, fidatevi’. E in effetti dopo aver perso il mio quinto bimbo, abbiamo detto ‘va bene, accettiamo ciò che succede’. Però a quel punto abbiamo capito che era Dio a guidare la nostra vita”.

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