Un foglio rappresentazione di un nome! Ma senza quel foglio e quelle indicazioni non potremo mai ad entrare in una storia “sacra” iniziata prima del nostro diventare genitori
L’accoglienza adottiva, fin dalla sua gestazione (offerta di disponibilità, procedure burocratiche, percorsi formativi, eccetera), è incentrata sull’accoglienza di una persona nella sua interezza con la peculiarità di non sapere mai fino in fondo chi è tuo figlio. Se ogni persona in fondo è un mistero, qui il mistero è amplificato da pezzi di vita del proprio figlio che non si potranno mai recuperare in toto in quanto vissuti altrove. Diversamente dall’accoglienza di una vita nascente, dove tutti i protagonisti partono insieme per il nuovo percorso di vita, i genitori che vivono l’accoglienzaadottiva si trovano di fronte ad un nome già dato, a una storia personale già iniziata. Sintesi di questi ultimi aspetti resta: il nome!
Ma facciamo un passo indietro cosa rappresenta comunemente il nome: è la parte essenziale di ciascuno, indica un riferimento preciso, una differenziazione, l’identità. Ricordo nella fase di formazione fatta per il mio primo figlio (20 anni fa) l’indicazione data in aibi: “Il nome è tutto quello che il bambino ha!” E questo nome porta con sé un mondo, è la rappresentazione di una realtà lontana che si fa vicina e che improvvisamente da sconosciuta diventa tua e tua fino in fondo, senza se e senza ma, dove le vittorie (poche) sono le tue vittorie e le sconfitte e sofferenze (tante) sono le tue sconfitte e le tue sofferenze! Penso allo stridore tra le feste fatte a un bambino appena nato cui viene dato un nome mentre la famiglia tutta si stringe intorno ad indicare, chiamare e proiettare il bambino verso un futuro migliore e il nome dato a un bambino abbandonato ricevuto per caso da un funzionario o da un giudice di un tribunale che deve aprire una pratica. Penso anche allo stupore dei parenti di un figlio nato da genitori propri che davanti al nome esclamano: “Che bel nome”, mentre invece nei confronti di un bambino adottato e casomai proveniente dall’estero viene fuori: “Ma che nome è? Perché non lo cambiate!” Il nome di un bambino abbandonato segno “forte” di una fragile identità che rischia con i nostri vezzi di essere resa ancora più fragile.
Allora qual è l’approccio giusto verso un nome, una storia e un mondo che poi banalmente finiscono, e non può essere che così, trascritti su un pezzo di carta. Chi lo sa o lo saprà mai, dipende da chi veramente siamo, di quali valori siamo portatori, perché in fondo abbiamo deciso di dare una mamma ed un papà ad una vita non nata da noi. Si possono dare indicazioni, luci, su come leggere, pronunciare, amare quel nome, ma lo leggeremo e lo renderemo nostro attraverso ciò che siamo e quel che portiamo dentro.
In fondo in nome di quel nome, voluto, cercato, direi elemosinato nelle varie traversie burocratiche, ci ritroviamo alla fine con un foglio in mano, che racconta condizioni e situazioni di vita nelle quali cerchiamo di entrare attraverso una lettura e rilettura del testo, quasi come se rileggendolo rivelasse aspetti sempre nuovi. Un foglio scritto: sintesi di una persona. Un foglio rappresentazione di un nome! Ma senza quel foglio e quelle indicazioni non potremo mai ad entrare in una storia “sacra” iniziata prima del nostro diventare genitori, ma che poi darà un senso ulteriore alla nostra vita.
E nella sacralità di quella storia siamo chiamati ad entrare in punta di piedi con rispetto, senza la presunzione di pensare che con il nostro arrivo, il nostro apporto, cambierà tutto, anzi quel che è stato prima magicamente riusciamo a cancellarlo. Non è affatto così! Non si cancella nulla per niente! Lo capiremo vivendo – dice una canzone – ripeteremo quel nome nel tempo con dolcezza, serenità e appagamento, ma anche con disillusione e urlando con rabbia. Quello che abbiamo accolto è un nome “ferito”! Le ferite fanno male e fanno gridare indistintamente figli e genitori. Eppure quel nome, senza carte e burocrazia, è stato chiamato, direi sussurrato, prima che fosse dato, prima che giungessero due persone sconosciute a farlo proprio. Si, in quel nome è entrata la voce di Dio che dice: “Non temere perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is. 43,1). Questa parola che nel testo è rivolta ad Israele, in realtà è rivolta all’uomo e alla sua esistenza e quindi al bambino che abbiamo scelto di accogliere.
E nostro figlio non è stato chiamato per nulla ma ad avere, come tutti, una missione in questo mondo, cui come genitori siamo chiamati a collaborare perché ciò possa avvenire al meglio. Ma non solo, attraverso la Parola scopriamo che il Signore gli ha anche sussurrato: “Sulle palme delle mie mani ti ho disegnato” (Is 49,16). “Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e ti amo” (Is 43,4). E tocca a noi riuscire a trasmettere questa realtà facendo comprendere ai nostri figli che nonostante le fragilità, nonostante le cadute anche loro, come tutti, sono prodigi dell’amore di Dio. Certo spesso la realtà sembra stridere con le ultime affermazioni, come facciamo a far capire tutto questo a un figlio che si ribella, che inveisce contro di noi (anche non solo con le parole) con tutto il livore presente nel suo cuore per una vita che lo ha ferito da appena nato. Penso che non ci siano ricette, né risposte se non lo sforzo quotidiano di amare i nostri figli così come sono e tentare di fare per loro il bene più grande che possiamo, cercando di proiettarli in un futuro che si spera possa essere migliore dell’attuale. Utopia? No, qui entra il fondamento della nostra Fede, del nostro senso della Speranza diventa un affidarsi e fidarsi al Signore, come abbiamo fatto fin dagli inizi, ad occhi chiusi, senza fatalismi ed ingenuità.
Un nome, una vita, una storia, un’esistenza, ma il tutto fondato su un amore più alto che in quanto genitori siamo chiamati a testimoniare e a vivere nel rapporto con i nostri figli in tutte le circostanze facili o difficili che faranno parte della nostra e della loro vita. A volte con tanta naturalezza e semplicità, a volte volendolo fortemente nelle note negative che si presenteranno man mano. Tutto questo si traduce con una parola amore, che diventa possibile se nel quotidiano ci sforziamo ad essere costantemente legati e collegati all’AMORE. Solo così potremo restituire e donare la dignità di figlio ai nostri figli che se la sono visti negare dal primo giorno della propria esistenza. E tutto questo parte da un nome e da un foglio!
Patrizia e Alfredo Carrato
La Pietra Scartata
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