Continuano gli appuntamenti sulla spiritualità dell’affido. Nella sesta puntata rileggiamo, proprio con gli occhi di un bambino in affido, la storia di Giuseppe figlio di Giacobbe: l’onda lieve del perdono
Nella bellissima storia di Giuseppe, riportata nel libro biblico della Genesi, racconta la splendida trasformazione di Giuseppe, figlio
di Giacobbe, che, accompagnato dal Signore, si trasforma da ragazzino bullizzato dai fratelli maggiori in Palestina, nel plenipotenziario del faraone in Egitto che, invece di vendicarsi, come avrebbe possibilità di fare, dei suoi fratelli, li perdona, non prima di averli sottoposti a una serie di prove.
Se possiamo considerare Giuseppe in un certo senso figlio in affido a Potifar e alla sua famiglia, si possono individuare diversi parallelismi tra i comportamenti, i vissuti, i sentimenti di Giuseppe e quelli dei bambini in affido alle nostre famiglie affidatarie.
Un primo parallelismo evidente è quello della rimozione del dolore relativo al torto subito. Questa rimozione permette sia a Giuseppe che al bambino affidato di sopravvivere di fronte allo strazio dell’allontanamento dalla famiglia d’origine e di ritrovare man mano le forze per riprendere a vivere e a sperare. Questo processo di rimozione può avvenire perché Giuseppe/bambino in difficoltà viene accompagnato da Potifar/famiglia affidataria a scoprire che esiste una possibilità di salvezza per tutti, nessuno escluso. Solo allora, forte di una scorta di bene gratuitamente ricevuto che tende a compensare e, addirittura, a eccedere il male ingiustamente patito, Giuseppe/bambino può guardare alla propria storia in modo non giudicante e arrivare a concedere il perdono rappacificante anche alla sua famiglia d’origine.
Il bambino in affido può perdonare la famiglia d’origine come Giuseppe perdona i suoi fratelli?
E qui siamo al secondo possibile parallelismo: il bambino in difficoltà può arrivare a perdonare la famiglia d’origine trascurante/abbandonante proprio come Giuseppe arriva a perdonare i suoi fratelli?
È importantissimo, perché ciò avvenga, che questa logica del perdono coinvolga a fondo anche la famiglia affidataria. Solo perdonando, oltre a non giudicare, la famiglia di origine, la famiglia affidataria può portare avanti con speranza di successo il proprio affido. Se così non è il rischio che il rancore salga è altissimo. Se il livore si prende larga parte del cuore, annulla qualsiasi possibilità di perdono nei confronti di chiunque sia coinvolto nel nell’esperienza dell’affido: oltre alla famiglia di origine, i sevizi sociali e, purtroppo, anche il bambino in affido stesso. Non sappiamo se Potifar avesse raccolto le confidenze di Giuseppe e se avesse perdonato le mancanze di Giacobbe e dei fratelli, su questo il testo biblico non si sofferma. Ci piace immaginare che sì, che li avesse perdonati e questo lo abbia aiutato in modo decisivo ad aiutare Giuseppe.
È bello e doveroso rimarcare come tutto questo possa avvenire solo nella preghiera e con l’aiuto di Dio. L’uomo riesce a perdonare chi lo ha offeso soltanto implorando Dio di dargliene la capacità e pregando per la persona che gli ha fatto del male. Il perdono quindi è opera misteriosa che Dio agisce dentro di noi tramite lo Spirito Santo.
Giuseppe è la pietra scartata che diventa la testata d’angolo per la salvezza dalla carestia, si badi bene, non solo dei suoi fratelli, di Giacobbe e della sua famiglia, ma anche dell’intero popolo dell’Egitto, cioè di coloro che l’hanno accolto. È proprio così: il bambino affidato salva anche la famiglia affidataria! La salva dalla propria supposta autosufficienza, da una vita vissuta senza autentica carità, dal dare per scontato il proprio presunto benessere, da un’educazione dei figli fatta con molte parole e con meno fatti.
Bambino in affido. Perdonare è la chiave per una vera accoglienza
Il perdono come chiave per un vero affido, dunque!
Perdono degli affidatari nei confronti della famiglia di origine, ma non solo, anche perdono nei confronti di tutti i vari attori del processo affidatario quando ci sembra che non facciano il proprio dovere o lo facciano male.
Perdono da parte del bambino affidato verso chi lo ha generato, verso la famiglia affidataria nelle sue debolezze, verso se stesso nelle sue vere o presunte colpe.
Perdono della famiglia di origine verso se stessa, verso le proprie mancanze, verso il proprio ambiente e la propria famiglia d’origine cui spesso vanno ricondotti i propri guai.
Se tutti riescono, con l’aiuto di Dio a perdonare tutti si realizza il sogno di Dio: ricavare un bene anche da un male, perché nulla è solo male.
La storia di Giuseppe, alla fine si risolve in una riunificazione famigliare. In questo senso si può parlare di una vera e propria storia di affido, anzi di due affidi famigliari conseguenti, prima nella casa di Potifar e poi nella casa del Faraone. Gli affidi si concludono ambedue positivamente, sebbene in età ormai adulta del figlio affidato, con la riunificazione di Giuseppe con la sua famiglia di origine, i suoi fratelli e suo padre. Oggi parleremmo di affido sine-die o di lunga durata! Affidi dove spesso la relazione tra le famiglie d’origine e i bambini non trova soluzioni positive, ma al massimo un equilibrio troppo spesso instabile. Ciò che dalla storia di Giuseppe possiamo evincere è il superamento della sospensione grazie al perdono che come detto, tutto abbraccia, in una positiva conclusione che tutti salva. È l’affido perfetto.
La figura di Giuseppe è eminentemente cristologica. C’è un parallelismo tra Giuseppe dei sogni e Gesù con la cui morte, risurrezione e quindi col dono mirabile dello Spirito Santo, si compie la riunificazione definitiva tra ciascuno di noi e Cristo stesso, nostro fratello, e con Suo e nostro Padre, così come con l’opera di Giuseppe si compie la riunificazione tra lui e i suoi fratelli e tra loro e loro padre. Il perdono offerto da Giuseppe ai suoi fratelli porta ad una salvezza completa (o salvezza generale) e a un riscatto tutta la famiglia di Giacobbe. I fratelli vengono salvati sia nel corpo (con l’ospitalità in Egitto) sia nello spirito con la liberazione dal senso di colpa e dall’angoscia del rimorso per avere prima tentato di uccidere il fratello e poi averlo venduto come schiavo.
Il perdono sappiamo poi essere contagioso, può rendere il perdonato capace a sua volta di perdono avendo vissuto la grazia di un “iper-dono”. Il perdono può innescare così una specie di reazione a catena di bene, come un’onda lieve che raggiunge chiunque ovunque. Questa dinamica è vera in modo speciale nel rapporto del credente con il suo Signore Gesù Cristo. Il credente di fronte al sacrificio del Dio-uomo che sulla croce perdona tutti, e particolarmente nel sacramento della Riconciliazione, è perdonato da Dio e questo fatto, se riconosciuto e accolto, spinge a perdonare i fratelli.
Il perdono di Giuseppe è incondizionato, gratuito, non è un perdono donato a chi si è pentito del male compiuto, è disponibile a riconoscerlo, chiede perdono ed è disposto a gesti concreti di riconciliazione. Il perdono di Giuseppe è aprioristico. Questo perdono, che è appunto un “iper-dono”, ha evidenti qualità cristologiche: preannuncia il perdono di Gesù in croce ai suoi aguzzini, i quali non si erano certo pentiti di quello che avevano fatto. È un perdono di natura divina, ma che l’uomo, elevato dallo Spirito che abita in lui e con l’aiuto della preghiera costante può essere in grado di donare. Si può definire anche come un perdono “assoluto”.
È evidente, in questo racconto di Genesi, che Dio non abbandona mai Giuseppe. Lo hanno abbandonato i suoi fratelli, ma non Dio. Dio, lo sappiamo, si fa sempre vicino all’uomo in difficoltà, soprattutto quando quelli della sua cerchia più ristretta lo hanno abbandonato e tradito, e come per Giuseppe, spesso si fa vicino tramite degli sconosciuti. Potifar e la sua famiglia si fanno vicini a un Giuseppe tradito dai fratelli, esule e reso schiavo. I compagni di carcere che si lasciano aiutare da lui e il Faraone che lo chiama al suo servizio, dopo che Giuseppe è stato ingiustamente incarcerato e tradito (per la seconda volta!) anche da Potifar, sono degli sconosciuti.
Anche il bambino in difficoltà, che viene allontanato per decreto dalla sua famiglia, è stato tradito. Ma ecco che, con l’affidamento, il bambino viene aiutato da Dio attraverso degli sconosciuti che altro non sono se non l’incarnazione del Suo amore per quel bambino un po’ speciale. Un intero mondo si mobilita: il giudice minorile con gli altri addetti del tribunale dei minori, gli assistenti sociali e il mondo della politica locale che li sostiene, i genitori affidatari coi loro figli e i loro genitori ed amici, gli operatori delle associazioni delle famiglie affidatarie, le maestre e gli altri operatori scolastici, il prete dell’oratorio, l’allenatore sportivo, la psicoterapeuta, ecc… È una grande alleanza di “sconosciuti” per il bene ed il recupero del bambino in difficoltà. Ciascuno per il suo pezzo queste persone sono portatrici più o meno consapevoli dell’amore speciale di Dio per quel figlio prediletto. È l’agire tipico del Dio: manda degli outsider a prendersi cura dei piccoli in difficoltà, là dove gli insider non hanno voluto o potuto farlo. Pensiamo ad esempio alla storia di quell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico che, trovatosi in difficoltà è stato soccorso non dal sacerdote e nemmeno dal levita (la tribù di Levi era quella sacerdotale!), ma da uno straniero. Pensiamo al processo a Gesù, in cui uno straniero, Pilato, cerca di salvare Gesù, che era stato a lui consegnato per essere ucciso dai suoi compatrioti e correligionari.
Che responsabilità, quindi, e che bellezza, per un genitore affidatario rappresentare una parte infinitesimamente piccola dell’amore di Dio Trinità per questi piccoli!
(Approfondimento n.6) (Per leggere la puntata n.5 QUI)
Cristina Riccardi e Paolo Pellini
La Pietra Scartata
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