Le famiglie cristiane non si distinguono dalle altre né per vestito, né per lingua, né per costume, né dove abitano: come cittadini obbediscono alle leggi, con la loro vita vanno oltre le leggi

Ogni azione senza una precisa motivazione è come un corpo senza anima. Quindi, il problema è di mettere a fuoco i motivi per cui si opera e le idee che vogliamo portare avanti.
Ad esempio: se io oggi lavoro nella “famiglia” mi devo domandare “quale famiglia per quale società?” e “quale famiglia per quale Chiesa?”, perché le due cose sono interattive.
Alle famiglie di tipo “borghese”, autosufficienti od eleganti, corrisponde una società, un’organizzazione pubblica, un certo tipo di sussidiarietà o un certo tipo di supplenza e questo vale anche nella Chiesa.
Se io voglio una Chiesa partecipata ho bisogno di famiglie aperte, non di famiglie chiuse. Ho bisogno di famiglie solidali per avere una Chiesa solidale ed una Chiesa solidale mi rieducherà famiglie solidali.
Quindi, qualsiasi persona che dalla parola “bambini” voglia passare alla parola “famiglia”, non può non interrogarsi su quale tipo di famiglie aggreghi, cioè su quale idea di famiglia, quale identità di famiglia aggreghi o lascia immaginare a chi si aggrega. Mi devo dunque interrogare: “quale famiglia?”.
Qual’è il ruolo del padre?
Oggi uno dei problemi è il ruolo della donna. Il genere maschile ed il genere femminile nella famiglia. Non è cosi scontato il discorso della complementarietà, il discorso della omogeneità tra uomo e donna, il discorso della differenza e quello dei rapporti tra marito e moglie.
In una famiglia adottiva che ruolo viene ad avere il padre? Se è vero che oggi in Italia il pensiero debole è quello maschile e quello paterno, la crisi di identità è quella maschile, quella maritale e quella paterna.
Sono problemi che interessano tutte le famiglie con o senza figli, con figli adottivi o secondo la carne. Questi problemi devono essere affrontati anche se io voglio mettermi nell’ottica della famiglia e non più dei bambini.
Parecchi anni fa “i bambini erano i bambini”. Oggi credo che il problema, anche dell’adozione, debba superare la parola “bambini” perché nell’immaginario collettivo i bambini sono i bambini piccoli, mentre i bambini adottati diventano bambini cresciuti, diventano adolescenti, diventano giovani. Quindi, non posso parlare sempre e solo di bambini perché l’adozione mi porta ad avere poi dei giovani, non immediatamente, ma col passare degli anni…
Cosa lasceremo come patrimonio ai nostri figli?
È vero, il problema degli adolescenti c’è in ogni famiglia. Oggi il problema grosso è la rottura tra le generazioni: non avviene più la trasmissione di valori. Allora, le famiglie adottive, in un contesto interculturale, cosa possono lasciare come patrimonio ai loro figli adolescenti?
Qui in Italia, abbiamo a che fare con questi bambini e con il problema della loro adolescenza. Loro veramente si confronteranno con una realtà multietnica. Non come i loro genitori che pensano in qualche modo di gestirli. Loro, i ragazzi, crescendo con i loro coetanei, saranno più vicini ai loro coetanei di nazionalità diversa di quanto non siano vicini ai loro genitori.
Il discorso morale della Chiesa
Quanto poi al discorso morale della Chiesa, faccio leva su due persuasioni profondissime che la coscienza della Chiesa ha maturato, una antichissima ed una moderna. Quando nel 250 i cristiani usciti dalla Palestina hanno cominciato ad immergersi nella cultura romana, nella cultura greca e in altre culture che non avevano minimamente rapporto con le Scritture come era la cultura ebraica, si sono chiesti immediatamente: noi cosa ci stiamo a fare? cosa facciamo? Facciamo una subcultura, facciamo una Nazione anche noi?
Hanno, quindi, prodotto il loro manifesto: quel manifesto del 250 si chiama “Lettera a Diogneto”. In quel “manifesto” essi dichiarano a tutti gli altri: “i cristiani non si distinguono dagli altri né per vestito, né per lingua, né per costume, né dove abitano. Ogni patria è la loro patria anche se loro si sentono forestieri in ogni patria.” Seconda cosa, essi danno a tutti la testimonianza di una vita sociale paradossale: come cittadini obbediscono alle leggi, con la loro vita vanno oltre le leggi.
Allora, diventa vera la questione della “firma” dei nostri comportamenti. I nostri comportamenti sono firmati, sono firmati dal Vangelo non da un’altra etichetta. lo in mezzo agli altri, vado alle stesse scuole, allo stesso supermercato, prendo gli stessi autobus, vivo in un palazzo dove vivono gli altri, i problemi degli altri sono anche i miei ed è questa la prima testimonianza: i problemi degli altri sono anche i miei, non mi faccio solo i fatti miei. Rendo la testimonianza che lo Stato, come Nazione, lo prendo sul serio, che la vita pubblica, la prendo sul serio .
Dare il buon esempio
Famiglie che danno il buon esempio ve ne sono tantissime e tutti dicono “… se tutti fossero come loro” così come quando trovi il prete che va in missione… “se tutti fossero come lui”. Ma il problema non è la singola persona; il problema è se tra coloro che fanno parte di una comunità, io ritrovo le stesse caratteristiche: solo allora posso parlare di cristiani. L’importante non è l’etichetta, ma che tra le famiglie di una comunità cristiana, dovunque le incontri, in Campania come nel Veneto, in Emilia come in Romagna, trovi sempre apertura, solidarietà, accoglienza, capacità di accogliere il diverso. Allora, cos’è che li unisce tra di loro? Chiederò ragione e mi diranno “abbiamo appreso dal Vangelo” e questo – cioè il “tra di loro”, il “tra di noi” – è quello che dà la “misura”.
La Chiesa come etichetta non dà questo,la comunità ecclesiale sì.
Conversazione di don Gianfranco Fregni proposta lunedì 25 Agosto 1997 ai partecipanti alla settimana nazionale di formazione e studi Ai.Bi. “Cittadini del mondo” [Folgarida (Tn), 23 – 30 agosto 1997].
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