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Verso una spiritualità dell’affido (1). Il primo urlo di Gesù crocifisso: un bambino in affido famigliare è abbandonato?

Il genitore affidatario si immedesima completamente con le emozioni del bambino, perché è un genitore fino in fondo di quel bambino; prova rabbia,dolore, voglia di piangere, senso di impotenza

Cosa ci dice la parola di Dio mentre ascoltiamo il grido del Bambino Abbandonato?

Cristina e Paolo Pellini della comunità “La Pietra Scartata”, traendo spunto da questa riflessione, ci accompagnano in  un cammino di approfondimento sulla spiritualità dell’affido che, in 12 puntate, ci portano ad incontrare di volta in volta vari personaggi della Bibbia.

Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. (Mc 15, 33-34)

A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù grido a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. (Mt 27, 45-46)

È questo forse il passo più sconvolgente dei racconti evangelici della morte di Gesù.

Il primo dei due urli di Gesù in croce. Viene riportato solo da Matteo e Marco, mentre Luca e Giovanni non ne fanno menzione. Dopo tre ore di tremenda agonia l’uomo-Dio è completamente distrutto e sente la morte che si sta avvicinando rapidamente.

Lui, Figlio, ha portato a termine il compito che il Padre gli aveva affidato, nonostante il tradimento degli amici e gli insulti dei nemici. Proprio in questo momento però, e i Vangeli sempre ci stupiscono, Gesù si sente abbandonato dal Padre. È talmente grande la sofferenza fisica e morale e tremenda la prova che, anche se per pochi attimi, Gesù non riesce più a sentire l’amore del Padre. Esclama allora tutto il suo dolore gridando il primo verso del salmo 22: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Sal 22, 2). È il grido del giusto il quale, perseguitato nella prova e sopraffatto dai malvagi, si rivolge a Dio come unica speranza. È un grido di profonda desolazione. Secondo l’uso ebraico, però, citando l’inizio di un testo se ne vuole assumere la totalità. E il salmo 22, sebbene esordisca in questo modo, riporta la vicenda di chi dopo un’esperienza drammatica è liberato da Dio. Questo è quindi anche il grido di colui che attende con fiducia l’intervento liberante di Dio e, con speranza, la redenzione: “Tu mi hai risposto! Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea”. (Sal 22, 22-23)

Il drammatico episodio evangelico ci mostra che anche il nostro Maestro ha provato insieme a tutte le altre povertà umane, al termine della vita terrena, anche il terribile senso dell’abbandono.

Ma anche i nostri bambini e ragazzi in affido si sentono abbandonati?

Nell’esperienza di genitori affidatari spesso si vivono insieme ai bambini accolti dei momenti in cui è evidente che si sentano effettivamente abbandonati. Ad esempio, pensiamo a quando sono fissati degli appuntamenti telefonici in cui la mamma, più spesso, o il papà devono chiamare i propri figli. A volte, all’ora prestabilita, la chiamata non arriva. In quei momenti i pensieri dei bambini sono chiari. Glielo leggi negli occhi: “Perché non chiama? Lo sa che io aspetto di sentire la sua voce. Non importa di cosa parleremo. Della scuola, del campionato di calcio, del tempo che ha fatto. L’importante è parlare di qualcosa. L’importante è che mi pensi e mi chiami. Forse l’assistente sociale non ha comunicato alla mamma l’ora esatta dell’appuntamento telefonico. Forse la mamma ha fatto tardi al lavoro. Forse si è rotto il telefono. Forse la mamma non si è ricordata di me”. Eccolo l’urlo. L’urlo dell’abbandono. Silenzioso, uno sguardo.

Ma chi ascolta quest’urlo silenzioso? Chi se ne fa carico?

Il genitore affidatario percepisce quell’urlo. Ma cosa può fare? Sono momenti di ansia, la domanda “cosa posso fare per alleviare il dolore?” frulla vorticosamente in testa. Il genitore affidatario si immedesima completamente con le emozioni del bambino, perché è un genitore fino in fondo di quel bambino; prova rabbia, dolore, voglia di piangere, senso di impotenza. Come quel suo figlio speciale e come Gesù al primo urlo, prova l’abbandono. Cerca allora di mitigare. Prova ad avanzare qualche possibile giustificazione all’accaduto, propone un giro al parco, prepara al bambino la sua cena preferita. Fa di tutto perché possa capire che lui è pensato, amato e che è importante per il genitore affidatario (Is 49, 15: Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai). Ma una domanda lacera dentro questa mamma o papà: quante volte è successo questo nel passato, quando non era ancora con noi? Quante volte la sua mamma o il suo papà hanno preferito l’alcool, la droga, la prostituzione, la rapina o semplicemente la compagnia di altre persone ai loro figli? Evidentemente è successo diverse volte, se è così forte in questi bambini il bisogno di conferma del loro esistere per qualcuno, se è così forte lo smarrimento spesso di fronte a fatti di per sé poco significativi. Se è così forte il loro senso di inadeguatezza. Se fanno così fatica a dimostrare amore. Forse non si sono mai sentiti amati incondizionatamente, come figli.

Questo è abbandono. Così come Gesù al termine della sua agonia, questi bambini si sentono, in determinati momenti o tutti i giorni, abbandonati dalla madre e dal padre.

(Approfondimento n.1) (Per leggere la puntata n.2 QUI)

Cristina Riccardi e Paolo Pellini

Comunità “La Pietra Scartata”

 

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