Diverse testate giornalistiche hanno oggi diffuso la notizia (qui il servizio di TV2000): è stato chiamato Alessandro ed è il primo neonato abbandonato nella culla termica del Policlinico Federico II di Napoli. Il bimbo – a quanto rende noto l’ospedale – avrebbe circa due settimane di vita ed è stato lasciato nella culla termica martedì 8 agosto u.s.. Alessandro è affidato alle cure dell’equipe di neonatologia. Le sue condizioni di salute sono buone e qualora la madre continui a restare ignota, sarà attivata la procedura per l’adozione.
La culla termica al Policlinico Federico II è stata inaugurata nel 2008, purtroppo l’unica nella città. “Ninna Ho”, è uno dei progetti che su scala nazionale intende dotare gli ospedali di una culla termica per i neonati abbandonati. Tra questi quello avviato anche dal movimento Ai.Bi. Amici dei Bambini che nel 2015 ha inaugurato una culla nel sud di Milano – tra San Giuliano Milanese e Melegnano, facilmente raggiungibile da importanti infrastrutture viabilistiche (tangenziali e autostrada A1) – con cui è stata potenziata un’offerta che tuttavia resta ancora a macchia di leopardo.
Secondo i dati del ministero delle Pari opportunità in Italia i casi di abbandono superano i tremila l’anno, mentre sarebbero soltanto circa 50 le culle (un elenco si trova sul sito del Movimento per la Vita http://www.mpv.org/). Troppo poco.
«Occorre assicurare informazione e garantire una rete di ascolto e di sostegno oltre alla presenza delle culle per la vita sul territorio» commenta Marco Griffini, presidente di Ai.Bi. Amici dei Bambini. Negli ultimi anni, considerando solo gli ospedali di Milano, ogni mese sono nati tre bambini che non sono stati riconosciti dai genitori, e un terzo di loro era italiano. «Il problema è immane – continua Griffini -, in Italia esiste una legge che tutela il parto in anonimato, un’opzione però che non viene quasi mai considerata. È difficile anche darle corso, perché servirebbe una rete di sostegno che non c’è». Per questo Ai.Bi. rilancia l’appello di intensificare e assicurare la costante e capillare informazione, le forme e le occasioni di ascolto, sostegno e accompagnamento delle donne che vivono situazioni e gravidanze complesse, oltre alla presenza delle “culle per la vita” sul territorio, dove le madri con qualche difficoltà possono, nei casi più estremi, lasciare i loro piccoli.
Infatti, mentre in questo caso salutiamo con felice trepidazione l’arrivo di Alessandro, siamo spesso sconcertati nell’apprendere notizie di neonati ritrovati in cassonetti dei rifiuti, in buste di plastica lungo le strade, in locali pubblici: talvolta il fortuito ritrovamento consente di salvare loro la vita, altre volte troppo tardi se ne deve solo costatare la morte. Al contempo non conosciamo il reale numero dei neonati o dei bambini abbandonati e mai più ritrovati.
“Questa consapevolezza – aveva sul tema affermato Gianmario Fogliazza del centro studi de La Pietra Scartata – unita alla preoccupazione per le troppe donne spinte o ridotte ai margini della società, alle quali neppure il parto in anonimato pare possibile e raggiungibile, ci autorizza a pensare che la cosiddette culle termiche siano un ulteriore presidio a tutela e protezione della vita dei neonati: costituiscono una residuale ma preziosa opportunità per quelle madri che, avendo dato alla luce un bambino, talvolta coraggiosamente e in solitudine, non sono nelle condizioni di crescerlo, assicurandogli protezione e cure sin dai primi giorni“.
“Più che incentivare l’abbandono, mi pare – aveva dichiarato Fogliazza – si tratti di assicurare un abbandono sicuro e protetto, benché non auspicato: non si suggerisce dunque l’abbandono, si previene un suo possibile infausto esito. Certo tale strumento non deve essere alternativo o posto in sostituzione di quelle necessarie iniziative volte ad assicurare a tutte le donne la possibilità di vivere al meglio la propria maternità, custodendo la vita che hanno generato e alla quale desiderano donare la speranza di un futuro: per tutte loro, a prescindere dalla loro condizione sociale e giuridica, devono essere garantite attenzioni e tutele, informandole sulle molteplici opportunità, sottraendole al rischio di un parto in solitudine. Tuttavia, qualora l’abbandono si presentasse a loro ineluttabile e la sua modalità fosse potenzialmente letale, non può mancare un’ultima chance, una possibile remota alternativa: in questo le culle segrete, più che rigenerare il fenomeno dell’abbandono, possono costituire, insieme ad altri dispositivi, la risposta della società e delle istituzioni al diritto alla vita, che deve essere protetta anche in situazioni o condizioni estreme; alcune madri hanno anche così avuto la possibilità di proteggere i propri figli dalle intenzioni violente di altri soggetti, cui non sono da sole state in grado di opporsi. Quella madre che ha generato una vita deve sempre poter sperare, per il frutto del suo amore, un futuro possibile, malgrado sia nella condizione di non poterglielo garantire”.
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