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Vivere come figli di coppie gay. Il problema del genitore “assente”.

Eugenia Scabini

Nel corso di un’interessante intervista (cf L. Moia in Avvenire del 4 Marzo us) Eugenia Scabini ha condiviso alcune prime considerazioni in occasione della presentazione di un nuovo studio del Centro di ateneo studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica di Milano, con un critica analisi delle indagini che vorrebbero imporre la tesi della «nessuna differenza». Una ricerca per scavare in profondità nella trama di altre ricerche. Per scoprire, al di là degli slogan e delle posizioni ideologiche, qual è la credibilità delle decine di studi – quasi tutti a senso unico, quasi tutti condotti negli Stati Uniti – che negli ultimi vent’anni hanno tentato di dimostrare la tesi della cosiddetta ‘nessuna differenza’ tra coppie di genitori eterosessuali e coppie omosessuali.

voglio-una-mamma-e-un-papaCondividiamo la riflessione della prof.ssa Scabini avendo più volte affrontato il tema del senso e identità della genitorialità in coppie omosessuali, sia in questi ultimi giorni in ragione delle distinte e diverse sentenze dei tribunali di Trento e di Firenze, sia in ragione dello studio condotto da Lisa Trasforini e Giovanna Lobbia e raccolto nel libro “Voglio una mamma e un papà. Coppie omosessuali, famiglie atipiche e adozione” (Milano, 2006) di cui è disponibile un’ampia presentazione nel fascicolo n. 15 della rivista “Lemà sabactàni?”.

Il nuovo studio, condotto da Elena Canzi – in via di pubblicazione nell’ambito dei ‘Quaderni’ (Vita e Pensiero) del Centro di ateneo studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica – analizza criticamente le maggiori ricerche sull’argomento. L’obiettivo è quello di comprendere la realtà della filiazione in contesti omogenitoriali, «punto critico di quel mutamento antropologico del ‘familiare’ che la postmodernità, quale tratto specifico della cultura dell’Occidente caratterizzata dalla potenza delle tecnologie riproduttive, ci propone». Così scrivono nella presentazione Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli, già ordinari di psicologia nello stesso ateneo e tra i più attenti studiosi italiani del fenomeno.

Dall’indagine condotta per indagare le motivazioni che spingono le coppie omosessuali a intraprendere il percorso della genitorialità, emergono diverse situazioni molte delle quali con questioni aperte, a partire – afferma la professoressa Scabini – dai problemi che la situazione di omogenitorialità strutturalmente porta con sé (uno solo è padre o madre, e l’altro è il cosiddetto ‘genitore sociale’), e anche con gli inevitabili squilibri che tale doppia presenza dello stesso genere, unitamente alla ‘diseguaglianza procreativa’ comporta. Una “Diseguaglianza”, quella procreativa, che è meglio comprensibile con un semplice quesito: come affronta la ‘madre sociale’ la preferenza dei bambini per la ‘madre di nascita’? Si noti – precisa Scabini – che abbiamo preferito questa espressione a quella più in voga di ‘madre biologica’ che già suppone un’indipendenza del corporeo dallo psichico. Ma la ‘diseguaglianza’ è anche una delle sfide specifiche in relazione alla genitorialità che tali coppie vengono ad affrontare, sfide spesso tenute in sordina per via del must che impone di omologare le assai diverse condizioni di relazioni di coppia (eterosessuale, omosessuale e le loro varianti). Allo stesso tempo è un invito a riflettere sull’altrettanto forte e diffusa tendenza che pretende di separare la qualità della relazione e i processi che la riguardano dalla sua struttura.

In merito al dato, costante, delle ricerche esaminate circa il tentativo di omologare i comportamenti di coppie diverse (eterosessuali e omosessuali) Scabini così osserva: sembra che la maggior parte di questi ricercatori siano come accecati da questo obiettivo omologante che li rende incapaci di vedere gli aspetti differenziali dei tipi di coppie. Così, per esempio, confrontano caratteristiche della ‘qualità della relazione’ della madre sociale con quella del padre della coppie eterosessuali, contravvenendo così ad una elementare coerenza logica.

Scabini, inoltre, conferma la rilevazione di diversi problemi circa i criteri metodologici e le scelte dei campioni di indagine: le problematiche sono tante (campioni di convenienza, la loro limitatezza ed eterogeneità quanto a tipi di filiazione, povertà di ricerche longitudinali) e dimostrano che con questi criteri discutibili, proprio dal punto di vista della scientificità dell’indagine, non si può poi arrivare ad affermare che non esistono differenze di sviluppo tra bambini di coppie omosessuali ed eterosessuali.

Sulla variabilità dei risultati in base alla metodologia di ricerca, Scabini precisa che gli studi quantitativi che usano scale e questionari danno un quadro uniformemente positivo e a-specifico dei figli di coppie omosessuali rispetto ai figli di coppie costituite da padre e madre. Invece le ricerche che utilizzano interviste forniscono un quadro assai diverso, evidenziando parecchie problematiche specifiche. I limiti metodologici evidenziati e in particolare l’utilizzo in prevalenza di campioni di convenienza rendono effettivamente poco attendibili i risultati.

Ci sono – segnala Scabini – omosessuali che sperano per i figli un destino etero. Infatti non parrebbe esserci una pressione esplicita della coppia omogenitoriale verso il proprio orientamento sessuale poiché essa, al contrario, manifesta in molti casi, per facilitare la vita futura dei figli, aspirazioni di tipo opposto. Il che non è né semplificante, né liberante per i figli che invece finiscono per essere intrappolati in alternative non prive di problemi. E di conseguenze: se percorrono l’orientamento sessuale della coppia si trovano a contrastare le sue aspirazioni e quindi la deludono, se invece percorrono l’itinerario opposto si trovano a navigare a vista, privi dell’esperienza di come si configura nel vivo (coi suoi pro e contro) la relazione intima tra uomo/donna che dovranno affrontare nella loro scelta adulta.

Infine, circa i problemi psicologici evidenziati all’interno delle coppie omosessuali, Scabini segnala che è la ‘madre sociale’, in particolare, la figura che più mette in difficoltà perché ritenuta (non a torto) più debole, priva com’è di un posto nella filiazione. Non a caso infatti è questa presenza che costituisce problema quando si va alla ricerca del ‘genitore mancante’ di cui essa in qualche modo è percepita occupare il posto. Dai resoconti di cui disponiamo, pare che siano in questo caso i figli, per così dire, a farsi carico dei genitori. Essi, per non aggravare la loro condizione percepita come difficoltosa, si caricano del compito di difenderli e si trattengono dal manifestare gli inevitabili disaccordi e crisi che emergono in adolescenza. Insomma, essi affrontano in buona parte in solitudine le loro difficoltà di crescita impegnandosi ‘a far bene’, cercando di esibire un comportamento che venga ritenuto rispondente alla normalità e tengono per sé i molti interrogativi che emergono in questa fase della vita.

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