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(No)strane vie per diventare genitori/6. Alchimia giuridica tra desideri e presunti diritti.

Non sappiamo dire se la sentenza della Corte d’Appello di Trento sulla doppia “paternità” di una coppia di uomini omosessuali, sia solo un pronunciamento ambiguo, fazioso, ondivago, ideologico. Certo è un “prototipo creativo” nel senso di aver prodotto, in una sorta di laboratorio giurisprudenziale, un secondo ulteriore legame di genitorialità oltre a quello di evidente paternità identificabile per via genetica; tale legame genitoriale sarà vissuto da un uomo che tuttavia mai potrà sostituire un legame materno: un’assenza – quella della madre – di cui la sentenza prende solo atto senza considerarla di rilievo, quasi fosse superflua, come del resto pare essere del tutto trascurata la modalità tramite cui i bambini siano stati prima generati poi ceduti.

Si scateneranno ancora tante pretestuose similitudini con l’esperienza adottiva, in una strumentale ricerca di analogie tra l’esperienza di quei coniugi che accolgono un bambino abbandonato come proprio figlio ancorché da loro non generato e quella di chi commissiona dei figli a soggetti terzi in virtù di un desiderio che si pretende sia assicurato da un sempre esercitabile presunto diritto. Cover Lemà sabactàni ? 15Un confronto che abbiamo già ampiamente documentato e illustrato (cf il fascicolo n. 15 della rivista “Lemà sabactàni?”), poiché siamo consapevoli della delicatezza della questione e della evoluzione della situazione: non è un esercizio teorico e neppure un esperimento di laboratorio, si generano vite umane, si costituiscono rapporti, si trasforma la società.

Proprio per questa ragione deve essere lucido il pensiero per ispirare prassi etiche e trasparenti, in grado di custodire sempre e per tutti dignità e libertà, diritti e doveri, identità e senso delle relazioni. La generazione adottiva è assolutamente una generazione a pieno titolo e mai l’abbiamo ritenuta esclusa dal rendere ragione del senso delle relazioni che viene a costituire. L’istituto dell’adozione è in grado di esibire la sua identità, il suo senso, le sue finalità che assicurano il rispetto della dignità, della libertà e dell’autentica identità per ognuno dei soggetti coinvolti. Ci chiediamo se sia così anche per le altre “modalità” che costituiscono alcuni soggetti come “genitori” in presenza di un “figlio”.

Se riconoscere il diritto ad avere figli da un certo punto di vista non costituisce un problema (ricordiamo infatti la necessità di affermare tale diritto alla libertà di procreazione contro ogni forma di coercitivo controllo demografico teso ad impedire o inibire il desiderio di “avere figli”), ci sembra improprio ricorrere a tale diritto per considerare autorizzabili e legittime tutte le modalità per conseguire lo status di “genitori”.

La compravendita di bambini è ancora – chissà per quanto tempo? – considerata un “traffico” di minori, anche quando la loro cessione dovesse avvenire con equo accordo economico tra le parti; tali bambini – pare rassicurare qualcuno – “saranno comunque figli amati”: speriamo almeno questo, ci mancherebbe, ma resterebbero “venduti” e ciò non compromette la loro dignità, ma pone rilevanti questioni circa la loro strumentalizzazione, ridotti ad oggetto come mai nessuna persona vorrebbe essere trattata. “Anche i figli di puttana sono figli di Dio” diceva un’iniziativa qualche tempo fa: segnalava con forza la piena identità e dignità di un figlio indipendentemente da chi o come fosse stato generato, senza evidentemente e simultaneamente autorizzarne o suggerirne l’eticità della prassi.

Possono le relazioni tra due uomini, o tra due donne, costituire quelle relazioni genitoriali, paterna e materna, in grado di assicurare ciò che ogni figlio attende e di cui ha diritto? No. Due padri non saranno mai una mamma, anche dieci padri non saranno mai una mamma, così come dieci mamme non saranno mai un papà. Così come, certo, neppure una comunità di religiosi o di religiose potranno mai sostituire una mamma e un papà: insomma, maternità e paternità non sono surrogabili da altri diversi soggetti, più o meno desiderosi di farlo anche se ispirati dalle migliori intenzioni.

Qualcuno ha sottolineato che a differenza di quanto accade nelle adozioni, un bambino collocato in una coppia omosessuale venga di fatto e a priori costituito come “figlio orfano”: non avrà ora l’esperienza di maternità, ora quella di paternità grazie alle quali identificarsi e distinguersi, confermarsi e rinnovarsi, … passaggi e percorsi che quel figlio dovrà mutuare e intraprendere in altri contesti poiché assenti.

Certo sono tantissimi i bambini che vengono abbandonati o restano orfani, una mamma può abbandonare il proprio figlio: di fronte a tali tragedie o drammatiche opzioni, l’istituto dell’adozione protegge il futuro del minore assicurandogli l’opportunità di proseguire la propria vita positivamente, abbracciato da un’altra mamma e un altro papà desiderosi di accoglierlo. famiglia nelle mani adozioni-internazionali

Difficile dunque accostare l’adozione ad altre forme concepite a prescindere dall’identità filiale del soggetto che viene accolto. Come non restare perplessi di fronte alla tendenza che suggerisce di pensare ai figli come ad un desiderio da conquistare ad ogni costo, al “prodotto” di un qualsiasi concepimento esito ora di un combinato disposto di “materiale organico e genetico”, ora di un contratto tutelato da equo e condiviso scambio?

Occorre dunque rendere ragione della specificità originale, non altrimenti surrogabile, della generazione propria della fecondità coniugale e familiare, a fronte di una stagione culturale e sociale in cui i figli escono dalle prospettive delle relazioni coniugali o diventano pretesa di una qualsiasi persona o relazione.

Anche a Trento, tra le diverse ipotesi, pare sia più evidente quella che rileva l’aver “pensato ai figli” con la prospettiva del superiore interesse dei soli adulti, forse assorbiti dai propri desideri rivendicati come diritti; difficile riscontrare sensibilità e attenzioni per i desideri e i diritti dei figli: ecco che mentre si certifica l’ennesima modalità per soddisfare il desiderio di diventare genitori, ci si scorda che l’adozione è e resta l’unica ed etica possibilità per un minore orfano o abbandonato di tornare ad essere figlio e non solo un bambino.

Mentre in Italia certi giudici spianano dunque la strada alla poco trasparente e ancora illecita maternità surrogata, la politica e le istituzioni trascurano e dimenticano l’adozione internazionale, gli aspiranti genitori adottivi sono discriminati e disincentivati nel loro cammino e l’accoglienza adottiva è posta sotto linaudito attacco di indagini pseudogiornalistiche ad alto tasso di coprofilia. Ci chiediamo se e come sia possibile ancora accreditare fiducia alle nostre istituzioni, alla politica, ai giornalisti e a chi amministra la giustizia … mentre ci ricordiamo che l’unica inossidabile e trasparente  fiducia che ha sempre istruito e governato i nostri passi è quella dei bambini abbandonati, delle famiglie accoglienti e dei loro figli.

gianmario fogliazza

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