Con la seconda parte concludiamo la testimonianza di Mara, condivisa col marito Vincenzo, in cui ci racconta della loro storia di accoglienza: dalle fatiche alle incomprensioni; dalla bellezza alla reciproca accoglienza.
Le fatiche di un’adozione non compresa
L’esperienza particolare di una famiglia non è un fenomeno isolato, vive all’interno di una comunità in cui capita che la parola adozione non sia condivisa o non venga compresa. Bambini fortunati che hanno trovato famiglia; questo è il pensiero comune. Un modo semplice per liquidare la faccenda ed evitare un approfondimento. Difficile far comprendere che si tratta di un atto di giustizia, un rimedio dovuto.
C’è poi il momento difficile, quando nell’indifferenza sorge qualche problema; allora, è utilizzata tutta la fantasia e la sapienza (ci sono i documentari e i romanzi televisivi) per certificare l’evidente inferiorità e anormalità. Così l’indifferenza si trasforma in diversità. Diversità in un mondo di simili omologati che fuggono in questo modo dalle proprie paure.
È in quei momenti che la fatica non trova ristoro. L’isolamento e l’indifferenza sono certo un nodo problematico.
Ci sono momenti nel nostro vissuto che sono stati rivelatori del senso profondo a noi sconosciuto e che c’è svelato nel tempo.
Feste che non si desidera incontrare, auguri che si custodiscono
Ottobre, il compleanno, nostro figlio più grande compie 12 anni: non ha voglia di fare festeggiamenti, tergiversa e alla fine non ne vuole sapere.
Preparo una torta, è fatta di tutte le cose che piacciono a lui, sono soddisfatta. È domenica, siamo al solito pranzo con i parenti. Ci sono già le candeline accese, ma lui non c’è.
È da un amico vicino e non ne vuole sapere.
Mangiamo noi la torta dal sapore amaro. Spesso io e mio marito ci guardiamo in silenzio, è come se ci sorprendessimo con gli stessi pensieri inquieti. Nel giorno del compleanno, la nascita, è impossibile non pensare a colei, la mamma che mi ha ceduto il posto. Una corrispondenza di pensieri lontani, che viaggiano nello spazio, oltre i confini della mente.
Ottobre, quattro anni dopo: 16 anni. Ora la torta non c’è più. C’è un pacchettino, il solito profumo che a lui piace tanto. C’è un biglietto, piccolo, con poche parole: che bello il giorno in cui sei nato così sei potuto diventare nostro figlio.
Un piccolo foglietto ancora appeso in camera sua in mezzo ai poster dei calciatori.
Le difficoltà con le istituzioni scolastiche
Nei confronti delle istituzioni educative abbiamo provato spesso incomprensione e impreparazione verso l’accolto, soprattutto se questo manca di riconoscenza.
Il livello scolastico oggi è elevato e se qualcuno parte svantaggiato ovviamente aumenta la distanza. “Il punto di partenza” ci siamo sentiti di dire con le maestre, quando al ritiro della pagella in seconda elementare ci siamo trovati di fronte tanti “SUFF”.
Non sono valse le spiegazioni che abbiamo cercato di far valere, affermando che la bambina aveva dovuto percorrere tanta strada per arrivare a quei risultati e che non ci si poteva avvalere di un’unica tabella di valutazione.
Attualmente il metodo usato per il dialogo con la scuola è fatto di profonda imperturbabilità, di sorriso e paziente tenacia nello spiegare che occorre tener conto della specificità adottiva. Per arrivarci, però, c’è voluta una bell’esperienza fatta di arrabbiature pianti e delusioni.
Siamo consapevoli che l’istituzione scolastica si trova ad affrontare problematiche più grandi di lei, senza averne i mezzi e le possibilità, ma per chi si trova nell’urgenza di risolvere i problemi è chiaro che non può aspettare che si modifichino le cose. Perciò, considerate le nostre tre esperienze, non possiamo fare un bilancio positivo.
Un auspicato girotondo
In percentuale minore, ma non è importante, ci sono persone che collaborano fattivamente all’accoglienza e si sentono responsabili della loro parte.
La famiglia è un caldo nido dove poter crescere, ma non è l’unico bisogno di un bambino. Genitori, sì, ma anche nonni, zii, cugini, amici, insegnanti … se cantano la filastrocca della condivisione senza stonature di commiserazioni, costituiscono il girotondo ideale che dovrebbe danzare attorno al piccolo.
È bello pensare alle persone capaci di piccoli gesti, di comprensione, di cose semplici che non si servono di grandi teoremi di fraternità, ma si mettono a disposizione per quel poco, per quel momento con un sorriso o una complicità che cambi l’amarezza di certe circostanze.
La bellezza dell’accoglienza
Fin dal principio della nostra bella storia, superato il dolore cioè quello che ci hanno spiegato essere l’elaborazione del lutto di una gravidanza non arrivata, ci siamo sentiti guidati da un entusiasmo speciale.
C’è sembrato subito bello accogliere un bambino già esistente. Ci siamo sentiti incaricati speciali, scelti per un progetto straordinario.
Quante volte ci siamo stupiti del destino che ci ha unito nonostante le lontananze: noi gente di un piccolo paese montano catapultati in grosse città del Sud America.
Quante volte mi sono divertita a raccontare ai miei piccoli di quanto fosse vecchia la cicogna che si era sbagliata indirizzo, oppure che i miei piccoli erano caduti erroneamente dalla nuvoletta ed eravamo dovuti andarli a prendere.
Adesso che sono grandi gli dico che a loro è toccata la mamma della mutua e che anche se a loro sembra bella è proprio quella che gli ha passato il destino. Non ci sono stati segreti a parte le favole. Non è facile parlare di chi non c’è con chi è presente e l’imbarazzo, insieme alla paura di ferire chi ti sta accanto, produce un silenzio che non è incomprensione, ma rispetto del sentire reciproco.
Ciò che resta davvero è quel senso di smarrimento, che sta in fondo, in fondo al pozzo dell’abbandono. Possiamo partecipare agli effetti, ma impossibile provare tale condizione di rottura.
Investiti da un’opportunità
Dicevamo, allora, che ci siamo sentiti scelti, non so per quali meriti. Investiti non da una malasorte, ma da un’opportunità.
Poi c’è la forza, che è più giusto per noi credenti chiamare Spirito, che ci ha sempre tutti accompagnati: noi nel difficile ruolo di genitori, loro nel complicato lavoro di figli. Tutto ciò non può essere opera nostra. È impossibile non collegarla a Cristo.
Siamo genitori dotati di buona volontà e appagati, ciò non c’esonera dal commettere errori, a volte proprio i più banali: con la solita incoscienza che ci contraddistingue lasciamo tanto lavoro agli angeli e ai santi.
Incoraggiare e consolare
Uno di questi è aver a volte esagerato nel racconto dei fatti di casa nostra pensando di incoraggiare o consolare aspiranti genitori, in questo modo può darsi che i singoli componenti si siano sentiti oggetto di esibizione.
D’altro canto non raccontare è come tenersi solo per se tutta questa letizia e negare che possa essere di altri.
Così in questo resoconto abbiamo cercato di far sentire e intuire, al di fuori degli avvenimenti, la gran soddisfazione non di aver accettato un invito dall’alto, ma di esserci sentiti noi adottati dai nostri figli.
(seconda parte – fine. La prima parte della testimonianza è disponibile QUI)
Mara e Vincenzo
(Mara e Vincenzo sono soci fondatori della comunità La Pietra Scartata dell’Arcidiocesi di Bologna, un’associazione privata di fedeli costituita nel 2007 da famiglie adottive e affidatarie che, durante la loro esperienza di accoglienza, si sono sentite chiamate a rendere testimonianza dell’amore di Dio Padre ai bambini abbandonati o in difficoltà familiare, annunciando loro la speranza di Gesù bambino abbandonato e risorto)
(L’immagine proposta a corredo del testo è stata generata con l’intelligenza artificiale)
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