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Lasciare un senso di pace in eredità ai nostri figli (1)

In questa prima parte della propria testimonianza, condivisa col marito Vincenzo, Mara ci racconta della loro storia di accoglienza: dal loro innamoramento, alla scoperta della sterilità, all’accoglienza adottiva di tre figli.

Desiderati, innamorati, sposati

Sì, ci siamo innamorati. Due parti che si compensano, ma stanno sullo stesso piano. Quante cose diverse ci hanno attratto l’una dell’altro, quante cose in comune ci hanno fatto sentire affini. Non abbiamo pianificato il futuro, per noi era urgente stare insieme, formare una famiglia, condividere non solo le gioie, ma anche le responsabilità. Con l’incoscienza che ci accomunava e l’entusiasmo della gioventù, era passato solo un anno dal primo incontro ed eravamo già sposati.

Il desiderio di bambini e il percorso verso la sterilità

Il desiderio di bambini? Non sappiamo quando è nato, l’amore per i bambini faceva parte di noi. Passare attraverso il percorso che porta alla scoperta della triste realtà, significa cominciare con piccole delusioni che presto prendono il sopravvento sulla speranza e costringono alla consapevolezza che qualcosa non va. Non va, ma la fiducia non demorde e ha fede nella scienza e nel progresso. La speranza non cede al pessimismo, all’eventualità che proprio a noi possa essere successo questo. La diagnosi è arrivata presto, chiara: per noi non esisteva la possibilità di procreare naturalmente.

Una sterilità che lascia il segno, ma non ha l’ultima parola

Non abbiamo dimenticato quel momento, gli avvenimenti successivi ci hanno portato al superamento del dolore, ma esso rimane una tappa attraverso la quale abbiamo dovuto passare.
Ci siamo sentiti menomati. Abbiamo pianto insieme. Eravamo pieni d’interessi, niente poteva colmare quest’assenza.
L’idea di adottare è arrivata presto.
Capita che Dio ci mandi dei segni, che gli angeli ci parlino con i loro mezzi. Un giorno ho incontrato una signora che aveva appena adottato una bambina. La piccola faceva i capricci e la mamma era impacciata ed esausta. Ne rimasi incantata. Pensai a mio padre morto da qualche tempo, ma ancora così presente, alla sua vita da orfano adottato. Arrivai a casa, bastarono poche parole per capire che il mio era un pensiero condiviso. Detto fatto. Così cominciò l’iter burocratico.

Affrontare l’iter adottivo

Prima con seccatura, poi con pazienza e rassegnazione, abbiamo contrastato la nostra impazienza capendo che era un tempo utile e necessario. Può essere che ci siamo sentiti “indagati”, giudicati colpevoli del desiderio di genitorialità, ma una volta compreso che tutto ciò era utile al nostro erede, ci siamo “costituiti” e dalla collaborazione è arrivato il verdetto: l’idoneità.
Ora potevamo adottare. Ma come e con chi?
Alla fine degli anni ‘80 la via più semplice e più praticata era quella di rivolgersi ad un avvocato, cosi ci siamo trovati a valutare proposte che sembravano edulcorare l’organizzazione circa i tempi e i luoghi. Poi abbiamo sentito parlare di associazioni di famiglie che si occupavano di adozione internazionale. Ci rendevamo conto della responsabilità che ci attendeva.

Immaginare un figlio

Abbiamo cominciato a pensarlo. Un bambino. Solo, indifeso. Il suo destino nelle mani degli adulti. Anche nelle nostre. L’alibi: per salvare un bambino si poteva usare qualsiasi mezzo.
No, non si poteva cominciare un amore così grande con un inganno. Dovevamo partire alla pari. Non potevano esserci ombre nella nascita di un rapporto di amore così profondo.
È vero che il buon Dio non ci lascia mai soli. Indica una via e, non contento, qualcuno che poi ti possa accompagnare. Nel nostro cammino, abbiamo incontrato famiglie che avevano scoperto il senso profondo dell’evento adottivo e che hanno saputo infonderci con la gioia l’entusiasmo di un’accoglienza incondizionata.

L’incontro

Ma tutti questi sono ricordi lontani, ciò che non si può dimenticare è quel momento … l’incontro.
Quel bambino che sentivi crescere dentro senza che il corpo si modificasse sembrava scoppiare in un patos psicologico che non poteva più essere contenuto. Quel bambino che esisteva ed era cresciuto nello spirito aveva compiuto la sua lunga gestazione: era nato. Nato per noi. Nati insieme noi. Un attimo un abbraccio, la magia di un incontro che ci avrebbe legati per sempre.

Figli diversi, medesima emozione

Per ognuno dei nostri figli l’incontro è avvenuto con la stessa intensa emozione. Il primo e la seconda nel caldo Brasile in compagnia del sole e dell’allegra dignità che ne caratterizza gli abitanti. Per la terza, la più piccola, in Bolivia dove la temperatura altalenante si abbina ai contrasti cromatici e al senso di trascendenza che ne caratterizza le genti.
È stato bello andarli a prendere. La nostra storia è partita dall’ambiente che hanno conosciuto per primo. Così si è allargato il nostro orizzonte visivo e interiore; da quel momento non è stato più possibile vedere il mondo da un solo punto.
Non ci aspettavamo bambini piccoli come abbiamo avuto: una di quaranta giorni, uno di tre anni e l’ultima ancora di…tre anni… forse, circa… la data di nascita è completamente sconosciuta. Ora in casa ci sono due splendidi ragazzi e una cucciola di nove anni.

… ma ha senso parlare dell’età dei figli adottati?

È buffo parlare di età anagrafica quando davvero al momento dell’adozione è avvenuta una seconda nascita che ha fatto cambiare rotta al tempo e azzerato l’orologio. Quindi quel bambino è un neonato adottivo che ha diritto al recupero di questa dimensione. Sinceramente, i momenti critici alla luce di tutto questo tempo trascorso, trovano un collegamento solo parziale con l’età di adozione, e non è possibile approvare la teoria che più sono piccoli e meglio è.
L’età non è che un aspetto nella complessità di un simile evento.

Accogliere i figli oltre i propri desideri

Certo un figlio è un dono. Nessun figlio non è mai come lo avevi desiderato…
Chi poteva pensare lontanamente alla bellezza di tre paia di occhi scuri e profondi, brillanti illuminati e gioiosi, che cercano, continuamente l’incrocio con i tuoi? E chi la dolcezza profonda della voce che ti chiama mamma, papà? … di più di quello che avremmo potuto sognare.

La gioia che prevale sulle fatiche

Tutta questa gioia potrebbe sembrare non vera se non esistessero i momenti critici.
La fatica accompagnata dalla tensione generata dalla responsabilità della crescita umana in alcuni momenti sembra travolgerti.
Eppure, se ripensiamo al passato scopriamo di essere ormai sordi al dolore sentito, o piccole o grandi le preoccupazioni sono quelle quotidiane.
Quante possibilità da una parte, quanti svantaggi dall’altra. La meta è la serenità. Vorremmo che l’avventura che ci ha coinvolto lasciasse in eredità ai nostri figli un senso di pace.

(fine prima parte – continua)

Mara e Vincenzo
(Mara e Vincenzo sono soci fondatori della comunità La Pietra Scartata dell’Arcidiocesi di Bologna, un’associazione privata di fedeli costituita nel 2007 da famiglie adottive e affidatarie che, durante la loro esperienza di accoglienza, si sono sentite chiamate a rendere testimonianza dell’amore di Dio Padre ai bambini abbandonati o in difficoltà familiare, annunciando loro la speranza di Gesù bambino abbandonato e risorto)

(L’immagine proposta a corredo del testo è stata generata con l’intelligenza artificiale)

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