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Il Vangelo dell’Accoglienza. L’esperienza della misericordia di Dio

Domenica 13 settembre (XXIV domenica del Tempo Ordinario) Cristina e Paolo Pellini (Comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Milano, Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Matteo

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Il commento di Cristina e Paolo 

Nei titoletti della traduzione CEI del 2008 questa pagina evangelica viene chiamata Parabola del servo spietato. Ed è proprio la mancanza di pietà il cuore del racconto. Gesù mette in evidenza il contrasto tra la misericordia sconfinata del padrone (che rappresenta Dio Padre), che condona al servo (che rappresenta uno qualsiasi di noi) un debito impossibile da restituire, e l’atteggiamento di quello stesso servo che, subito dopo, si mostra incapace di perdonare un debito molto più piccolo al suo compagno.

Fare memoria di quanto ricevuto

La parabola ci invita anzitutto a fare memoria di quanto abbiamo ricevuto. Prima ancora di ogni nostro merito, siamo stati creati, amati, cercati quando abbiamo sbagliato e perdonati. Dio ci ha accolti come figli e continua ogni giorno a colmarci della sua misericordia. Abbiamo ricevuto la vita, la fede, la salvezza portata dal Figlio; sperimentiamo il perdono nel sacramento della Riconciliazione. Molti di noi hanno ricevuto anche il dono di una famiglia, della salute, di una casa, di un lavoro, di relazioni che rendono la vita bella e feconda. Ma non tutti hanno avuto la stessa possibilità.

Dimenticare il bene ricevuto

Accade spesso ciò che avviene nella parabola. Il Padre ci perdona il tanto e noi non riusciamo a perdonare il poco. Dimentichiamo la misura del bene ricevuto e ci concentriamo sulla difesa di ciò che siamo, di ciò che possediamo e delle sicurezze che abbiamo costruito. Così il cuore rischia di indurirsi. Ci sentiamo al sicuro e, proprio per questo, facciamo fatica a condividere, ad accogliere, ad aprire spazio a chi è più fragile, a chi è solo, a chi vive una situazione di privazione o di abbandono.

Dimenticare chi resta ancora abbandonato

Questa dinamica riguarda da vicino anche l’accoglienza adottiva e affidataria. Noi che siamo stati riconosciuti e accolti come figli di Dio possiamo lasciare indurire il nostro cuore al punto da arrivare a dimenticare quanti bambini, in Italia e nel mondo, attendono ancora che qualcuno riconosca concretamente la loro dignità di figli attraverso l’esperienza di una famiglia. Le famiglie adottive conoscono bene i volti degli altri bambini incontrati negli istituti durante il percorso adottivo: bambini che non hanno avuto la stessa opportunità dei loro figli e che continuano ad attendere qualcuno che li scelga.

Resistere alla tentazione del giudizio

La parabola interpella in modo particolare anche le famiglie affidatarie. Chi accoglie un bambino o un ragazzo segnato da ferite, fragilità o abbandoni sa che l’affido richiede una continua disponibilità al perdono. Non soltanto verso il minore accolto, che può esprimere la propria sofferenza attraverso comportamenti difficili da comprendere, ma anche verso le storie familiari da cui proviene, spesso segnate da errori, mancanze e fragilità profonde. L’affido chiede di resistere alla tentazione del giudizio per scegliere ogni giorno la via della misericordia.

Condividere il dono ricevuto

L’invito del Vangelo, che ha la forza di un vero e proprio comando, non riguarda quindi soltanto il perdono da offrire a chi ci ha ferito. È anche un invito a non dimenticare quanto abbiamo ricevuto e a lasciarci trasformare da questa memoria. Chi fa esperienza della misericordia di Dio non può trattenerla per sé. È chiamato, in qualche modo, a restituirla. Restituire è un verbo bellissimo. Significa riconoscere che ciò che abbiamo non è soltanto nostro, ma è un dono ricevuto. E ogni dono porta con sé una responsabilità.

Trasformare la gratitudine in accoglienza

Per le famiglie accoglienti, forse il modo più naturale di vivere questa restituzione è continuare a guardare anche ai bambini che ancora attendono una famiglia, sostenendo l’adozione, l’affido e tutte quelle forme di vicinanza che permettono a un minore di sentirsi accolto, amato e riconosciuto come figlio. Siamo stati accolti come figli senza averlo meritato; dimenticarlo significa assomigliare al servo della parabola. Ricordarlo, invece, significa lasciare che la gratitudine si trasformi in accoglienza, perché accanto a noi c’è sempre qualcuno che aspetta di essere visto, riconosciuto, amato e accolto.

Cristina e Paolo Pellini
(I coniugi Pellini sono membri della comunità La Pietra Scartata dell’Arcidiocesi di Milano, un’associazione privata di fedeli costituita nel 2007 da famiglie adottive e affidatarie che, durante la loro esperienza di accoglienza, si sono sentite chiamate a rendere testimonianza dell’amore di Dio Padre ai bambini abbandonati o in difficoltà familiare, annunciando loro la speranza di Gesù bambino abbandonato e risorto)

(L’immagine proposta a corredo del testo è stata generata con l’intelligenza artificiale)

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