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Teologia spirituale ed esperienza adottiva: una proposta di vita promettente (1)

L’esigenza di qualificare come “spirituale” il servizio di adozione ai bambini abbandonati è una prospettiva promettente a favore delle famiglie adottive e dei bambini accolti ed è un’interessante testimonianza per la Chiesa e per il mondo

Come anticipato nella introduzione già pubblicata, a firma del responsabile del centro studi “La Pietra scartata” Gianmario Fogliazza, riproponiamo sul sito La Pietra Scartata il contributo di Antonella Fraccaro La qualità spirituale dell’esperienza adottiva, che si può leggere organicamente nella sua interezza nel fascicolo n. 2 della rivista “Lemà sabactàni?”.
Si tratta di un articolo che illustra come la qualificazione cristiana dell’accoglienza adottiva richieda il confronto con le condizioni principali di un’esperienza vissuta secondo lo stile di Gesù Cristo. Perché la condizione di abbandono di un bambino non è mai, secondo la logica di Dio, una situazione definitiva, perché ogni suo atto è un’espressione d’amore. Se l’abbandono provoca una temporanea “perdita di vita”, questa condizione può essere opportunamente vissuta nella prospettiva di amore del Padre e partecipando alle sofferenze del Figlio, donato e abbandonato per amore.

Il contributo di Antonella Fraccaro verrà pubblicato in quindici tappe. Si seguito la prima tappa.
QUI si può leggere l’introduzione

La teologia spirituale, una disciplina che si fa carico del vissuto dell’uomo 

Gli adulti diventano sempre più stupidi… Ma non importa: che cosa ci perdiamo noi? L’educazione? I grandi si levano il cappello quando si incontrano, ma quando vedono una testa calva si mettono a ridere. E ridono spesso. Se non fossimo noi tanto saggi da piangere di tanto in tanto, non ci sarebbe equilibrio neppure in questo. E poi sono di grande presunzione, sostengono addirittura che l’imperatore debba essere un adulto! Ho letto sui giornali che il re di Spagna è un bambino, e così è per tutti i re e gli imperatori, non lasciatevi ingannare! Gli adulti, oltre a molte cose superflue, hanno comunque qualcosa di fronte alla quale non possiamo assolutamente restare indifferenti: il buon Dio. È vero, tuttavia, che non l’ho mai visto con uno di loro…, ma proprio questa è la cosa strana! Mi è venuto in mente che nella loro sbadataggine, coi loro impegni e la fretta, potrebbero averlo smarrito da qualche parte. Ora, il buon Dio è assolutamente indispensabile. Molte cose non possono accadere senza di lui: il sole non può sorgere, non può nascere alcun bambino, persino il pane finirebbe. Anche se viene prodotto dai fornai, è però il buon Dio che sta seduto a far girare i grandi mulini. Si possono trovare facilmente i molti motivi per cui il buon Dio è indispensabile. Ma una cosa è certa, gli adulti non si preoccupano assolutamente di lui. Perciò dobbiamo pensarci noi bambini!

Rainer Maria Rilke (Storie del buon Dio, Milano 1998, pp. 94-95)

Stiamo assistendo alla diffusione di «una ‘mistica’ dell’anonimato cristiano» (Cfr G. Moioli, La ‘figura’ del cristiano nella storia, in Il cristiano di ieri, il cristiano di oggi, il Cristo di sempre,  Milano 1980, p. 69) in cui il battezzato si considera cristiano, ma poi vive la sua esperienza di fede senza che essa sia troppo definita, oppure la vive in modo mediocre, o in forma privata, senza testimonianza e senza il confronto con la vita sociale.
Queste condizioni portano il cristiano a confondersi sempre più con l’uomo spirituale in senso ampio, o ad alimentare la deprecabile prospettiva, sempre più diffusa, di un’esistenza confusa e incerta, orientata a congedare Dio dal suo orizzonte.
L’esigenza di qualificare come “spirituale” il servizio di adozione ai bambini abbandonati, arricchendolo grazie alla proposta cristiana, è una prospettiva promettente a favore delle famiglie adottive e dei bambini accolti ed è un’interessante testimonianza per la Chiesa e per il mondo.

Rileggere teologicamente l’esperienza dell’uomo

La teologia spirituale si pone l’obiettivo, attraverso la ricerca e la riflessione, di qualificare l’esperienza spirituale come cristiana, offrendo anche un orientamento a quegli ambiti che si caratterizzano come cristiani ma che non lo sono, o lo sono in forma vaga. Questa nuova branca del sapere teologico nasce tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo come tentativo di guardare all’esperienza dell’uomo per rileggerla teologicamente. La sua origine va ricercata nella storia della teologia, in particolare, a partire da quando essa (intorno ai secoli XII–XIII) si caratterizzò sempre più come comprensione critica della fede oggettiva e della Parola di Dio [Cfr. G. Moioli, Teologia spirituale, in S. de Fiores-T. Goffi (edd.), Nuovo dizionario di spiritualità, Cinisello Balsamo (MI) 1985, p. 1598].
Fino ad allora, infatti, l’approccio alla fede e alla pagina biblica era realizzato soprattutto nell’ambito della vita monastica e, in particolare, attraverso l’approfondimento dei quattro sensi della Scrittura (letterale, analogico, tropologico e anagogico). Il nuovo modo di comprendere la fede aveva, dunque, bisogno di trovare una sua collocazione rispetto al rischio di ridursi «ad una “curiositas” razionalistica o ad una “vana exquisitio”, ad una “vana scientia”».
La prima riflessione in questo ambito si realizza in condizioni di tensione e poi di dialettica con la teologia “scolastica”, in quanto la teologia spirituale preferisce come ambito scientifico l’esperienza; una scienza, dunque, in stretto rapporto con la verità considerata nella personale e reale appropriazione da parte del credente. La questione intorno al “sapere” della fede interesserà la storia spirituale fino al XVII secolo. Nel corso del tempo essa ha vissuto situazioni di impoverimento a causa del nominalismo e dell’illuminismo, anche se non sono mancati tentativi di raccordo tra la speculazione scolastica e l’attenzione al vissuto. Ma il divorzio tra la teologia e la spiritualità sarà decretato quando la teologia si affermerà come “dogmatica”, non ritenendo di sua competenza l’interesse al vissuto, poiché darà esclusivo spazio alla riflessione sui principi della fede, senza tener conto, invece, che la fede stessa è esperienza che coinvolge completamente la quotidianità dell’uomo.
Nel campo di indagine e di avvio di questa disciplina, rilevanti furono gli orientamenti di J. Mouroux e di H. U. Von Balthasar. J. Mouroux, conosciuto soprattutto attraverso la sua opera, L’expérience chrétiennecercò di definire «l’esperienza cristiana come un particolare “esperienziale” religiosa avente una propria tipologia» e dimostrò «la legittimità teologica di una teologia dell’esperienza cristiana» (op. cit., p. 1603); H.U. Von Balthasar, a partire dall’idea di una vita di santità come «“teologia vissuta” (cioè la totalità concreta del mistero, che è la singolarità assoluta di Gesù, espressa nel “fenomeno” della santità realizzata nella chiesa), propone vigorosamente un progetto di “fenomenologia teologica” che ritrovi l’intero o l’universale nel “fenomeno” concreto dei santi: parta dunque da esso, e lo legga in esso» (op. cit.).

Balthasar contribuì, in modo particolare, a sostenere la prospettiva della teologia spirituale come branca del sapere teologico che concentra la sua attenzione all’esperienza concreta, nella consapevolezza che il vissuto ha qualcosa di importante da dire all’oggettività della fede e che, anzi, ne è parte imprescindibile. Della qualità spirituale di un’esperienza, dunque, si occupa la teologia spirituale mentre considera il valore della convergenza tra teologia e storia, poiché ogni esperienza spirituale non può non essere compresa se non tenendo conto della sua prospettiva teologica e storica; ambiti che costituiscono tra loro un elemento “unitario” [Cfr. C. Stercal, Storia e teologia della spiritualità nella riflessione di Giovanni Moioli, in Teologia  24(1999) pp. 72–88].
Collocare la riflessione della qualità spirituale dell’esperienza adottiva all’interno della più ampia riflessione della teologia spirituale mette in luce che una riflessione spirituale su un ambito della vita, qual è quello dell’adozione, ha alle spalle una significativa ricerca di qualificazione dell’esperienza spirituale come cristiana.
Ciò significa che anche l’esperienza adottiva, riletta e vissuta secondo i criteri dello Spirito di Gesù Cristo, si caratterizza come una proposta di vita promettente per chi ne è coinvolto e, in generale, per la Chiesa e per il mondo.

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