Massimo Gandolfini si interroga sulle radici profonde da cui derivano i terribili episodi di violenza di oggi. E indica una possibile via di cambiamento: tornare a Colui che ha detto: “Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato”
L’uccisione di Giulia Cecchettin è un episodio che ha scosso, giustamente, tutti quanti. E ha chiamato tutti a una riflessione sulla società, la cultura su cui si basa, l’educazione…
Il medico, neurochirurgo e psichiatra Massimo Gandolfini, tra i principali promotori del Family Day ha dedicato all’episodio una riflessione pubblicata sul quotidiano La Verità.
Dopo aver detto come inevitabilmente la prima reazione dell’anima, di fronte a questa tragedia, sia quella di dolore e commozione, Gandolfini si chiede se sia possibile provare a dare un “perché” a quanto successo. Non per giustificare, ma per provare a dare una risposta che vada in profondità e non si limiti alle “spiegazioni” già tante volte ripetute senza che le cose siano cambiate.
Andare alla radice delle motivazioni
Pene più dure, nuove norme giuridiche, programmi di educazione… sono tutte risposte che rimangono parziali, specie sul versante “dell’analisi della condizione morale in cui tutti noi, oggi, viviamo”.
E, qui, il medico fa un passaggio che pochi hanno fatto: equiparare la violenza “di genere e non di genere” sotto un’unica radice. “Una ‘cultura diffusa’, trasmessa dallo strapotere delle agenzie della comunicazione di massa, che sta condizionando e rimodellando la nostra ‘coscienza comune’, imponendo che ogni valore assoluto di riferimento debba essere riletto, manipolato, decostruito, e che è dotata della tragica forza di investire e coinvolgere tutti, dal più piccolo al più grande’.
Ecco perché, di fronte a questo “contesto socio-culturale di fondo” additare le famiglie e l’educazione scolastica come principali responsabili è “molto parziale e semplicistico”.
Forse la cultura sessista e il patriarcato possono avere a che fare con vicende come quella di Caivano, ma FilippoTuretta, come altri prima di lui, è descritto come un ragazzo cresciuto in un ambiente familiare e culturale differente e serve, dunque, una riflessione che vada oltre: “Chi e che cosa ha così tragicamente manipolato le coscienze, le menti, i pensieri, i sentimenti di quelle povere ‘brave persone’?”
Provare a rispondere è necessario, anche se non semplice. E il motivo è presto detto: “Perché si tratta di avere il coraggio di dire che l’aver cancellato Dio dalla storia dell’uomo, l’aver costruito e deificato un ‘superuomo’ cittadino di un nuovo umanesimo che può fare a meno di Dio, ponendolo al centro dell’universo… sta provocando la perdita della dimensione umana, di creatura, che riconosce valori e norme iscritte nella legge naturale, che l’uomo stesso non si è dato ma che deve imparare a conoscere e servire”.
Siamo di fronte a un “delirio di onnipotenza” che ha fatto sì che “tutto sia possibile, fruibile, addirittura lecito, al fine di ottenere felicità, soddisfazione, appagamento o, almeno, lenimento del dolore”.
La felicità a ogni costo
Siamo di fronte, insomma, a quella che Gandolfini definisce la “cultura della felicità a ogni costo, la cui cifra fondamentale è la negazione di ogni senso e significato del dolore e della sofferenza, fisica e spirituale”. Se il dolore diventa insopportabile, dunque, la soluzione che appare è quella di cancellarlo, ricorrendo alla “droga, al suicidio, all’eutanasia, fino all’omicidio”.
Il confine tra amore e odio, d’altra parte, è molto sottile, e non così di rado il primo si trasforma nel secondo. “Così l’amore scompare nel suo significato originale di donazione per la felicità dell’amato e diventa solo capriccio e piacere, potendosi trasformare in odio violento quando l’altro non corrisponde, rifiuta e si allontana”.È come se l’ego non accettasse il rifiuto e, di conseguenza, genererebbe una violenza che tutto distrugge.
Da qui la domanda decisiva: “Esiste una via d’uscita?”. Gandolfini risponde affermativamente: Ritornare a Colui che duemila anni fa ci aveva indicato il fondamento della vita comune ‘Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato’. In quel ‘come io’ ci sta un patibolo, un crocefisso, segno dell’amore totale che annienta sé stesso a vantaggio dell’altro. Torniamo a Cristo.”
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