Domenica 5 novembre (XXXI domenica del tempo ordinario), Donatella e Stefano Mazzoli (Comunità La Pietra Scartata, Diocesi di Bologna, Regione Emilia Romagna) commentano il passo del Vangelo secondo Matteo (Mt 23,1-12)
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 23,1-12)
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Il commento di Donatella e Stefano
In questo brano dell’evangelista Matteo, Gesù, con la frase “Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno”, ammonisce i suoi discepoli, li esorta a non cadere nella tentazione di fare come gli scribi e i farisei, che occupano posti di riguardo nelle sinagoghe e nei conviti, si fanno chiamare maestri, ma poi legano pesanti fardelli alla gente senza muovere neppure un dito.
Questa pagina del Vangelo invita tutti noi che ci consideriamo cristiani a confrontarci con l’atteggiamento degli scribi e dei farisei; anche noi come loro, quando ricopriamo posti di responsabilità, o anche quando svolgiamo delle attività nell’ambito parrocchiale, rischiamo di cadere nell’errore e di dimenticare di essere chiamati a testimoniare la nostra fede non solo con le parole ma anche con le opere, compiendo con umiltà un servizio per la comunità.
Quando Gesù dice “se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3), ci chiede un atteggiamento del tutto diverso da quello autoreferenziale degli scribi e dei farisei.
È quindi necessario un cambio di prospettiva: gli scribi e i farisei “dicono e non fanno”, ma noi quello che diciamo lo facciamo? Siamo autentici testimoni dei valori che insegniamo ai nostri figli? Oppure leghiamo fardelli pesanti su di loro e poi non muoviamo un dito? Come quando li rimproveriamo di usare troppo il cellulare e poi noi siamo i primi ad averlo sempre tra le mani; oppure, come è capitato anche a noi con nostra figlia, di insegnarle l’accoglienza nei confronti di coloro che sono in difficoltà, soli, emarginati e stranieri, ma poi, quando ci siamo accorti che proprio lei condivideva il fardello di coloro che erano ai margini della società, quasi ci siamo scandalizzati.
Allora forse è necessario ogni tanto rileggere il Vangelo per accoglierlo non solo nella parole, ma anche e soprattutto nelle opere.
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