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Ridare dignità a chi ha perso il diritto più antico del mondo: avere una mamma e un papà

Domenica 22 ottobre (XXIX domenica del tempo ordinario), Cristina e Fernando Carallo (Comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Lecce, Regione Puglia) commentano il passo del vangelo secondo Matteo (Mt 22,15-21)

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,15-21)

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Il commento di Cristina e Fernando

Il Vangelo di Matteo si pone in un contesto di malessere politico a causa dei tributi che il popolo doveva pagare a Roma. A questi si aggiungevano quelli religiosi, come la tassa da pagare al tempio di Gerusalemme. Ecco che troviamo alcuni discepoli mandati di proposito per interrogare Gesù proprio sulle tasse da pagare a Roma. Di essi, già nelle parole che usano, si nota la falsità.
Gesù, tuttavia, ascolta la domanda sapendo che se si fosse dichiarato contro le tasse avrebbe avuto contro l’autorità politica, e se invece si fosse dichiarato favorevole avrebbe avuto contro quella religiosa. Così si fa mostrare la moneta e chiede: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?” La risposta diventa un invito alla giustizia. “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a …”.
Assistiamo, qui, a un atto di giustizia che è la virtù cardine della vita morale e sociale. La giustizia deve essere frutto di un’intelligenza, animata dal desiderio di riconoscere e attribuire a ciascuno il suo. A Dio appartiene tutto il Creato che Egli, fin dalle origini, ha consegnato all’uomo perché ne goda e ne promuova la vita, perciò è un atto di giustizia il rispetto per la vita dall’inizio alla fine, perché in ogni persona c’è l’immagine di Dio.

Noi, genitori adottivi, quando abbiamo detto il nostro “sì” all’accoglienza del bambino abbandonato, abbiamo promosso una vita dandole il diritto di essere figlio/figlia. Abbiamo ridato dignità a chi non l’aveva perché era venuto meno uno dei diritti più antichi del mondo: avere una mamma e un papà.
Quella stessa famiglia che, a Nazareth, anche Dio ha voluto per Gesù: perché il primo nucleo di società è proprio essa ed è da essa che scaturisce sia l’amore che unisce, sia la giustizia che non fa disparità e rende tutti uguali nel lungo cammino cristiano cercando di cambiare l’anima del mondo.

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